- Comprendere e giustificare: differenza, rischi e conseguenze
- Empatia con limite: validazione emotiva, confini e dignità
- Perché giustifichiamo: meccanismi psicologici e pressioni relazionali
- Riparazione e cambiamento: ciò che distingue le scuse dall’affidabilità
- Strumenti pratici: linguaggio, assertività empatica e decisioni difficili
- La bussola dell'etica relazionale
- FAQ – Comprendere non significa giustificare
- Quando comprendere l’altro ti fa sentire confuso o senza confini, da dove si riparte?
Capire perché qualcuno ci ha ferito o ha agito in modo scorretto viene spesso presentato come il massimo segno di maturità emotiva. "Mettiti nei suoi panni", ci dicono, o "cerca di capire il suo passato". Tuttavia, questa nobile intenzione può trasformarsi in una trappola relazionale pericolosa: in cui la comprensione diventa una scusa automatica, i confini personali si sfumano e l'impatto reale del danno subìto svanisce nel nulla. Comprendere non significa giustificare, ed è fondamentale tracciare una linea netta per non scivolare nella permissività o nell'auto-annullamento.
La dott.ssa Pace ci spiegherà come orientarsi attraverso tre pilastri fondamentali: la distinzione tra intenzione e impatto, l'importanza dei limiti e il valore della riparazione. Non si tratta di una guida per giudicare gli altri, ma di una bussola pratica per chi desidera restare empatico senza rinunciare alla propria dignità. Impareremo a riconoscere i segnali di minimizzazione e useremo criteri concreti per decidere quando un rapporto è sano e quando, invece, la nostra empatia viene usata come un alibi per l'irresponsabilità altrui.
Capire le ragioni di qualcuno non significa assolverlo. Scopri la differenza tra comprendere e giustificare, come evitare la minimizzazione del danno e come usare empatia, confini e riparazione nelle relazioni.
Comprendere e giustificare: differenza, rischi e conseguenze
Dire "ti capisco" può essere l'atto più trasformativo di una relazione, capace di sciogliere tensioni e creare ponti. Ma la stessa frase, se usata nel contesto sbagliato, può trasformarsi in un "lasciapassare" etico che autorizza comportamenti dannosi a ripetersi all'infinito. Se confondiamo la capacità di leggere le ragioni dell'altro con l'assoluzione dei suoi atti, rischiamo di perdere di vista il punto decisivo di ogni interazione umana: l'impatto che le azioni hanno sugli altri.
Comprensione come contestualizzazione di cause e contesto
Comprendere significa, letteralmente, "prendere insieme": dare un senso a ciò che accade, leggere il contesto, i fattori scatenanti, le emozioni coinvolte e la storia personale di chi abbiamo di fronte. È un esercizio di osservazione e analisi che non implica necessariamente un'approvazione morale.
Ad esempio, possiamo dire:
- "Capisco che eri sotto stress a causa del lavoro" (riconoscimento del contesto).
- "Capisco che ti sei sentito escluso durante quella cena" (riconoscimento dell'emozione).
In entrambi i casi, stiamo dando un nome alle cause, ma non stiamo decidendo che il comportamento derivato da quello stress o da quella solitudine sia accettabile. L'empatia, in questa fase, è una capacità di lettura, non un atto di ingenuità: comprendere spiega; non assolve.

Responsabilità personale tra intenzione e impatto
Per mantenere un equilibrio etico nelle relazioni, dobbiamo affidarci a una triade di criteri chiari:
- Intenzione: Rappresenta ciò che la persona voleva fare o comunicare (es. "Non volevo ferirti").
- Impatto: Rappresenta ciò che è successo concretamente all'altro, il dolore o il danno causato (es. "Mi sono sentito umiliato davanti a tutti").
- Responsabilità: È ciò che la persona decide di fare una volta preso atto dell'impatto, indipendentemente dalle sue buone intenzioni iniziali.
Un errore comune è pensare che, se l'intenzione non era cattiva, allora il danno non esista o non debba essere riparato. La regola pratica è semplice: l'intenzione orienta la discussione, ma è l'impatto a decidere la riparazione. Senza questo passaggio, la responsabilità personale svanisce.
Capire la differenza è il primo passo. Il secondo è più delicato: restare umani e vicini alle emozioni, senza perdere il confine. È qui che molte persone si bloccano, perché temono che mettere un limite significhi diventare freddi.
Empatia con limite: validazione emotiva, confini e dignità
L’empatia vera non dice “hai ragione”: dice “ti vedo” e, nello stesso tempo, “qui c’è un limite”. Saperlo fare è una competenza: si impara.
Empatia cognitiva ed empatia emotiva: due piani da distinguere
Per non farsi travolgere, è utile distinguere tra due tipi di risonanza:
- Empatia cognitiva: La capacità di comprendere intellettualmente il punto di vista dell'altro e le sue ragioni logiche.
- Empatia emotiva: La capacità di sentire "sulla propria pelle" l'emozione dell'altro.
Il rischio maggiore è che l'empatia emotiva ci "tiri dentro" così profondamente da farci perdere la lucidità, rendendoci eccessivamente permissivi per paura di ferire l'altro o per il disagio di vederlo soffrire. Un ancoraggio sano da ripetere a sé stessi è: "Posso capire senza assorbire".
Validazione senza approvazione: riconoscere l’emozione senza legittimare l’azione
La validazione emotiva consiste nel riconoscere che l'emozione dell'altro ha un senso ("ha senso che tu ti sia sentito così"). Tuttavia, bisogna separare nettamente l'emozione dal comportamento che ne deriva.
Ecco alcuni esempi di come unire validazione e limite:
- "Capisco la tua rabbia, ma non accetto l'insulto".
- "Capisco la tua paura, ma non va bene che tu controlli i miei spostamenti".
- "Capisco la tua delusione, ma questo non giustifica una vendetta nei miei confronti".
La struttura da seguire è: Riconosco l'emozione → Nomino il limite → Dico cosa serve per procedere.

Confini coerenti e conseguenze proporzionate: tutela senza punizione
Un confine non è una minaccia o un atto di cattiveria; è un'informazione trasparente su cosa accadrà se un certo comportamento continua. La tutela della propria dignità passa attraverso conseguenze proporzionate, come una pausa temporanea dalla conversazione o la richiesta di una riparazione concreta.
Esempi pratici:
- "Se alzi la voce, mi fermo e riprendiamo la discussione quando saremo entrambi calmi".
- "Se questo comportamento si ripete, per me cambierà il livello di fiducia e avrò bisogno di tempo e distanza".
Questo approccio non è vendicativo, ma serve a proteggere la relazione e se stessi.
Quando l’empatia è forte, il limite richiede energia. E spesso non è la mancanza di chiarezza a farci cedere, ma qualcosa di più profondo: il bisogno di coerenza, la lealtà, la paura di perdere l’altro o di essere giudicati.
Perché giustifichiamo: meccanismi psicologici e pressioni relazionali
A volte giustifichiamo non perché “siamo troppo buoni”, ma perché è il modo più veloce per ammettere che qualcosa non va, o che un legame non è come lo vorremmo.
Dissonanza cognitiva e bisogno di coerenza
Quando qualcuno a cui teniamo agisce in modo crudele, la nostra mente entra in crisi. Per ridurre questo disagio (dissonanza cognitiva), cerchiamo una storia che faccia "tornare i conti", minimizzando l'accaduto.
La mente preferisce spesso una spiegazione che tranquillizza a una verità che cambia le scelte. Capire che questo è un meccanismo umano di difesa aiuta a ridurre il senso di colpa e ad aumentare la consapevolezza.
Attaccamento lealtà e speranza di cambiamento
L'affetto profondo ci spinge a concedere infinite possibilità. Tuttavia, bisogna distinguere tra:
- Speranza sana: Basata su cambiamenti concreti e osservabili nel comportamento dell'altro.
- Speranza-alibi: Basata su promesse verbali che non trovano mai riscontro nei fatti.
Comprendere questa differenza permette di capire se stiamo restando in una relazione per amore o per paura della perdita.
Colpa, vergogna e paura del conflitto
Mettere dei limiti può attivare il timore di sembrare egoisti o esagerati. Eppure, evitare il conflitto per paura, spesso crea un danno relazionale molto più profondo nel lungo termine.
Il limite è un atto per la dignità e la sopravvivenza stessa della relazione.
Fin qui abbiamo capito perché la confusione è così comune. Ora arriva il passaggio che separa davvero comprensione e giustificazione: cosa succede dopo l’errore. Le parole contano, ma contano ancora di più i fatti ripetuti nel tempo.

Riparazione e cambiamento: ciò che distingue le scuse dall’affidabilità
Non sono le scuse a dire se puoi fidarti: sono i comportamenti. La riparazione non è un momento emotivo, è un processo osservabile.
Scuse e riparazione: segnali osservabili nel tempo
Mentre le scuse sono un semplice riconoscimento verbale ("mi dispiace"), la riparazione richiede azioni che riducano il rischio di recidiva. I segnali di una riparazione autentica sono:
- Riconoscere l'impatto causato senza aggiungere dei "ma" o delle scuse.
- Chiedere esplicitamente cosa serve all'altro per rimediare.
- Accettare le conseguenze del proprio gesto senza vittimismo.
- Cambiare una routine o un comportamento concreto che ha portato all'errore.
- Mantenere la coerenza di questo cambiamento per settimane e mesi, non solo per pochi giorni.
Coerenza e responsabilità: cosa rende credibile un cambiamento
La credibilità di una persona si misura sulla capacità di assumersi la piena responsabilità quando si verifica una ricaduta. Un cambiamento reale non è un interruttore che si accende una volta per tutte, ma un processo che richiede manutenzione costante.
Per capire se un cambiamento è autentico, possiamo utilizzare questa formula pratica:
Responsabilità = riconosco → mi attivo → riparo → prevengo.
Bisogna attuare una riparazione che tenga conto dell'altro e, infine, mettere in atto strategie specifiche affinché l'episodio non si ripeta. Non è un risultato immediato, la fiducia è un edificio che si ricostruisce mattone dopo mattone, attraverso prove di affidabilità reiterate.
Per valutare la tenuta di questo processo, occorre osservare la coerenza nel tempo: piccoli segnali che si mantengono costanti per settimane e mesi. Mantenere dei confini non significa "punire" l'altro, ma avere un metro di misura per valutarne l'affidabilità.
Perdono e riconciliazione: scelte diverse, criteri diversi
È fondamentale ricordare che si può comprendere una persona, perdonarla internamente per trovare pace, ma decidere comunque di non riconciliarsi o di mantenere una distanza di sicurezza.
Capire non obbliga a rimettere tutto com’era prima. La fiducia non è un obbligo morale, ma una conseguenza dell'affidabilità dimostrata dall'altro.
A questo punto il quadro è completo: comprendere non cancella la responsabilità e la riparazione è il discrimine. Resta la parte più difficile nella vita reale: come parlare, come reggere il senso di colpa e come prendere decisioni senza diventare duri.
Strumenti pratici: linguaggio, assertività empatica e decisioni difficili
Se ti manca una frase, spesso ti manca un confine. Qui trovi formule semplici, segnali da riconoscere e modi concreti per restare empatici senza tradire te stesso/a.
Minimizzazione e giustificazione nel linguaggio: segnali e frasi da evitare
Fai attenzione se senti (o dici a te stesso) frasi come: "È fatto così", "Non voleva veramente", "Stavi esagerando tu", "È successo solo una volta".
Queste espressioni sono pericolose perché fanno sparire l'impatto del danno, spostando tutta l'attenzione sulla giustificazione dell'altro.
Frasi-ponte e richieste concrete: fermezza non aggressiva
Usa questo schema:
"Capisco [Emozione/Contesto], e allo stesso tempo [Limite], quindi [Richiesta/Conseguenza]".
- Lavoro: "Capisco che il progetto sia urgente, e allo stesso tempo non accetto toni aggressivi. Riprendiamo la discussione quando potremo parlarne con rispetto".
- Famiglia: "Capisco che sia una battuta, e allo stesso tempo questo commento mi svaluta. Se continua, mi allontanerò dalla conversazione".
- Coppia: "Capisco che ti senti ferito, ma controllarmi non è accettabile. Mi serve che tu ti scusi senza giustificazioni e che questo non accada più".
Ricorda che la fermezza non risiede nel tono della voce, ma nella chiarezza e nella coerenza della tua posizione.
Senso di colpa e tenuta del limite: come non ricadere nella giustificazione

Quando decidiamo di cambiare il "copione" delle nostre relazioni e iniziamo a mettere dei confini chiari, è del tutto normale che emerga un forte senso di colpa, perché siamo abituati a dare priorità ai bisogni altrui o a temere che la nostra fermezza venga scambiata per cattiveria. Tuttavia, il sollievo immediato si trasforma quasi sempre in un risentimento profondo a lungo termine.
Per reggere la tensione di questo cambiamento e ridurre l'autocritica, può aiutarti fare ricorso a queste tre "ancore" mentali:
- "Sto proteggendo l'impatto, non sto punendo": Il tuo obiettivo non è far soffrire l'altro, ma salvaguardare il tuo benessere e la verità di ciò che è accaduto.
- "Il limite è un'informazione, non una vendetta": Comunicare cosa è accettabile per te è un atto di chiarezza che aiuta la relazione a diventare più onesta, non un modo per pareggiare i conti.
- "Se cedo ora, pago dopo": Ricordati che la coerenza è l'unico modo per costruire un rapporto basato sul rispetto reciproco anziché sulla sottomissione.
Un mini-esercizio pratico per mantenere la rotta consiste nello scrivere su un foglio, in una sola riga, la risposta a queste due domande: "Qual è il mio limite oggi?" e "Qual è la conseguenza proporzionata se viene superato?". Avere questa chiarezza scritta ti permetterà di agire con assertività senza lasciarti trascinare dalle vecchie abitudini di giustificazione.
Esempi rapidi per coppia, famiglia, lavoro, educazione
Per capire come applicare questi criteri, vediamo quattro scenari comuni in cui la comprensione rischia di diventare giustificazione e come cambiare rotta con fermezza empatica.
1. Nella Coppia: Gelosia e controllo verbale
- Situazione: Il partner controlla i tuoi messaggi perché "ha sofferto per un tradimento passato".
- Frase-ponte e richiesta: "Capisco la tua insicurezza, ma non accetto che tu controlli il mio telefono: ho bisogno che rispetti la mia privacy per continuare a sentirmi libera nel rapporto".
- Conseguenza e riparazione: “Se succede ancora, mi prenderò del tempo per riflettere sulla nostra fiducia”; il segnale di riparazione sarà l'impegno concreto a lavorare sulla propria ansia senza proiettarla su di me.
2. In Famiglia: Commenti svalutanti "per scherzo"
- Situazione: Un genitore o un parente fa battute offensive sul tuo aspetto o sulle tue scelte, dicendo che "è fatto così".
- Frase-ponte e richiesta: "Capisco che per te sia ironia, e allo stesso tempo questo commento mi ferisce: ti chiedo di non usare più questo tono quando parliamo".
- Conseguenza e riparazione: “Se lo scherzo continua, interromperò la conversazione e me ne andrò”; la riparazione avviene quando il parente riconosce l'impatto senza minimizzarlo.
3. Al lavoro: Collega che scarica colpe o alza i toni
- Situazione: Un collega ti urla contro per un errore, giustificandosi con il carico di lavoro eccessivo.
- Frase-ponte e richiesta: "Capisco lo stress per la scadenza, ma non accetto le urla: riprendiamo il confronto quando i toni saranno professionali".
- Conseguenza e riparazione: “Se il tono non cambia, porterò la questione in sede ufficiale”; la riparazione richiede scuse sincere e un cambio di routine nella gestione dei feedback.
4. Educazione: Regole e autorevolezza empatica
- Situazione: Un bambino lancia un gioco perché è stanco o arrabbiato.
- Frase-ponte e richiesta: "Capisco che sei molto stanco e arrabbiato, ma non va bene lanciare le cose: ora mettiamo via il gioco e cerchiamo un modo per calmarci".
- Conseguenza e riparazione: Il gioco viene ritirato temporaneamente (conseguenza proporzionata); la riparazione consiste nell'aiutare il bambino a nominare l'emozione invece di agire in modo distruttivo.
La bussola dell'etica relazionale
In questo percorso abbiamo visto come la comprensione serva a dare senso a ciò che accade. La sicurezza di una relazione non dipende dall'assenza di errori, ma dalla presenza di riparazione e confini chiari. Ricorda: puoi restare una persona profondamente empatica senza diventare permissiva: il limite non è un muro, ma una forma di rispetto per la tua dignità.
Se senti che queste dinamiche sono troppo pesanti da gestire da solo, chiedi aiuto allo psicologo più vicino a te per ritrovare la tua bussola.
FAQ – Comprendere non significa giustificare
Perché a volte giustifico chi mi ferisce?
Perché il cervello cerca coerenza e sicurezza: minimizzare l’accaduto riduce il conflitto interno, protegge il legame e ti evita una scelta dolorosa. Un indizio utile è questo: se per “capire” devi cancellare l’impatto su di te, stai scivolando nella giustificazione.
Come posso essere empatico senza diventare permissivo?
Separa comprensione e approvazione: puoi riconoscere le ragioni dell’altro senza accettare il comportamento. Funziona una frase semplice: “Capisco il contesto, ma per me questo non va; per andare avanti mi serve che…”.
Cosa significa “impatto” in una relazione?
L’impatto è l’effetto concreto di un’azione su di te (dolore, paura, perdita di fiducia), anche quando l’intenzione era “buona”. Nelle relazioni conta sia l’intenzione sia l’impatto, ma la riparazione parte dall’impatto.
Come capisco se l’altra persona sta davvero riparando?
Una riparazione autentica si vede dai fatti: riconosce l’impatto senza “ma”, chiede come rimediare, accetta conseguenze proporzionate e cambia comportamento nel tempo. Se trovi solo parole, scuse o promesse ripetute, è più probabile che sia una ripartenza “di facciata”.
Come comunico un confine in modo chiaro e rispettoso?
Dì tre cose in ordine: validazione, limite, conseguenza o richiesta. Esempio: “Capisco che per te sia difficile, e allo stesso tempo non accetto questo tono; se succede ancora chiudo la conversazione e ne riparliamo dopo”.
Posso perdonare senza riconciliarmi?
Sì: il perdono può essere un processo interno per liberarti dal peso, mentre la riconciliazione richiede sicurezza e cambiamenti concreti. Puoi comprendere, persino perdonare, e scegliere comunque distanza o nuovi confini.
Come gestisco il senso di colpa quando metto un limite?
Ricorda che un limite non è una punizione: è un’informazione che protegge te e la relazione. Un criterio pratico è questo: se cedi per non sentirti in colpa oggi, spesso paghi un prezzo più alto domani in stress e risentimento.
Quali frasi mi dicono che sto minimizzando un danno?
Quando noti frasi come “è fatto così”, “non voleva”, “sto esagerando”, “è successo una volta sola”, stai spostando l’attenzione dall’impatto alla difesa dell’altro. Una sostituzione utile è: “Può anche non averlo fatto apposta, ma per me ha fatto male, quindi…”.



















