- La “mente criminale” come etichetta: cosa dice la psicologia criminale
- Criminalità senza profilo unico: motivazioni e situazioni che cambiano tutto
- Meccanismi psicologici e decisioni: impulsi, emozioni e freni interni
- Psicopatia e tratti antisociali: significato, limiti e fraintendimenti
- Sviluppo e contesto: vulnerabilità cumulative nel tempo
- Psicologia forense e profiling: utilità reali tra metodo e narrazione
- Prevenzione e cambiamento: riduzione della recidiva e responsabilità
- Interventi utili e linguaggio responsabile: rigore senza etichette
- Bibliografia
- FAQ: La “mente criminale” esiste davvero? Risposte rapide
- Capire la violenza senza semplificare: ma da dove si comincia?
“Dire ‘ha una mente criminale’ è una scorciatoia: sembra spiegare tutto, ma spesso impedisce di capire davvero cosa è successo.”
È comprensibile chiederselo. Quando un reato ci colpisce per gravità o incomprensibilità, il bisogno umano di ordine e controllo ci spinge a cercare una causa semplice, definitiva, possibilmente racchiusa in una persona: è fatto così.
Ma la psicologia criminale e forense lavorano in modo diverso: non cercano un interruttore on-off, bensì un insieme di leve, individuali e contestuali che, in certe condizioni, rendono alcune scelte più probabili.
La “mente criminale” non è una categoria scientifica unica: è un’etichetta popolare che prova a spiegare condotte molto diverse. La psicologia parla piuttosto di fattori di rischio e meccanismi che, in determinate condizioni, aumentano la probabilità di comportamenti antisociali o violenti.
La dott.ssa Garbin traccia una mappa chiara: dai miti alle motivazioni e ai contesti, dai meccanismi psicologici alla psicopatia, dallo sviluppo alla psicologia forense, fino a prevenzione e riduzione della recidiva.
Capire non significa giustificare: significa guardare ai processi reali, senza disumanizzare nessuno e senza trasformare la complessità in slogan.
La “mente criminale” come etichetta: cosa dice la psicologia criminale
La “mente criminale” è un’etichetta che sembra precisa, ma spesso è solo un modo per evitare la domanda scomoda: da dove nasce?
Usiamo questa espressione perché promette chiarezza. Il rischio, però, è confondere fenomeni diversi sotto un’unica parola e perdere ciò che conta davvero per comprendere e prevenire.
In psicologia è più utile parlare di comportamento criminale, violenza, condotta antisociale, illegalità. Perché? Perché due reati possono avere radici psicologiche opposte: una frode pianificata e un’aggressione impulsiva non nascono dallo stesso “tipo” di mente. L’idea chiave è l’eterogeneità: comportamenti diversi, motivazioni diverse, contesti diversi.
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Origine del mito e perché seduce
La spiegazione “è fatto così” è rassicurante: trasforma l’imprevedibile in una storia ordinata.
La narrativa del “mostro” soddisfa bisogni profondi: riduce l’ansia, promette controllo, delimita un “noi” e un “loro”. Qui entrano in gioco bias cognitivi noti: l’essenzialismo (“quella persona è così”) e l’errore fondamentale di attribuzione (spiegare il comportamento solo con tratti personali, ignorando il contesto).
Il costo etico è alto: disumanizzazione e stigma. Le scorciatoie narrative non sono spiegazioni.
Comportamento criminale e violenza: definizioni operative e confini utili
Se mettiamo tutto nello stesso sacco, finiamo per capire meno e giudicare di più: quando si parla di reato si fa riferimento alla violazione di una norma giuridica, diverso rispetto al concetto di devianza con cui si intende un comportamento che si scosta dalle norme sociali ma non è detto che sia illegale e quindi considerata un reato. In modo simile, se nel concetto di violenza vi è l'uso intenzionale della forza, fisica o psicologica al fine di danneggiare l'altro, in quello di aggressività non sempre si ha violenza: si tratta infatti di una tendenza comportamentale che potrebbe non tradursi mai in agiti dannosi.
La violenza è un comportamento, non un sinonimo di “mente malata”. La stessa persona può mostrare condotte diverse in contesti diversi. Ecco perché non esiste un profilo unico.
Tolto il cartellino, resta la parte più interessante: la criminalità non è un blocco unico, ma un insieme di comportamenti con motivazioni diverse. Per capire, smettiamo di cercare “il tipo” e guardiamo le combinazioni.
Criminalità senza profilo unico: motivazioni e situazioni che cambiano tutto
Se vuoi davvero capire un comportamento criminale, la domanda utile non è “che persona è?”, ma “perché lo ha commesso e cosa glielo ha reso possibile?”
Reati diversi implicano dinamiche diverse. Le motivazioni non sono solo “cattiveria”: includono obiettivi, pressioni, identità, appartenenza, guadagno, reazione. E il contesto, opportunità, norme del gruppo, impunità percepita, sostanze, può aprire o chiudere porte.

Tipi di reato e motivazioni ricorrenti: impulso, profitto, potere, reazione
Due reati possono avere lo stesso esito legale e radici psicologiche opposte.
Per esempio un agito violento può derivare dall'esigenza di adeguarsi al gruppo sociale e culturale a cui si appartiene: se si vive all'interno di una sottocultura (così definita da Coen e Sutherland) che promuove la devianza come strumento di convivenza sociale, non viene riconosciuta la gravità dell'agito violento quanto l'importanza di mantenere uno status nel contesto in cui si vive.
È altrettanto possibile che il comportamento criminale sia di stampo economico cioè che ha come obiettivo il guadagno materiale fine a se stesso o strumentale per raggiungere altri scopi.
Un reato può essere compiuto anche come strumento per affermare la propria identità: Erikson ha evidenziato che la ricerca di un'identità può condurre la persona a commettere dei reati come mezzo con cui affermare un ruolo o il dominio nel contesto sociale e culturale in cui si vive.
Infine non vanno dimenticati i reati d'impeto e i suoi autori: si tratta di azioni motivate da emozioni intense e improvvise. In questo caso si deve effettuare una distinzione tra emozioni e passioni: le prime sono degli stati di breve durata e impulsivi mentre le seconde sono condizioni affettive più durature seppur di alta intensità come le emozioni.
Le motivazioni sono spesso miste. Spiegano la direzione, non giustificano l’azione.
Opportunità, gruppo e contesto: fattori situazionali che amplificano il rischio
A volte la differenza tra “ci ho pensato” e “l’ho fatto” è una porta aperta nel contesto.
Opportunità senza supervisione, norme permissive del gruppo, deindividuazione, pressione dei pari, alcol e sostanze come disinibitori: fattori che aumentano la probabilità, non che predicono il singolo caso. Il linguaggio deve restare probabilistico.
Guardata la cornice, entriamo nel “motore interno”: i meccanismi psicologici che rendono alcune scelte più rapide o più facili da giustificare.
Meccanismi psicologici e decisioni: impulsi, emozioni e freni interni
Molte persone immaginano il crimine come un piano freddo. Spesso, invece, è una sequenza di decisioni veloci dove le inibizioni non riescono a frenare l'atto.
Contano impulsività, funzioni esecutive, emozioni (rabbia, minaccia, vergogna), empatia (cognitiva e affettiva) e disimpegno morale.
Impulsività, funzioni esecutive e valutazione delle conseguenze
Non è assenza di intelligenza: è spesso difficoltà a “tenere a mente” il dopo quando il presente urla.
Le funzioni esecutive sono dei processi mentali complessi che sovrastano i processi di pensiero e i comportamenti automatici. Le funzioni base sono inibizione, flessibilità e pianificazione: queste permettono di mettere un freno ai comportamenti impulsivi. Sotto stress o carico emotivo, le capacità decisionali possono venire meno: un evento dotato di intensa carica emotigena, anche se unico, può portare la persona a reagire senza porsi inibizioni. È importante in questo caso rilevare l'effettivo rapporto causa-effetto e il rapporto cronologico esistente tra fattore traumatizzante e azione impulsiva. Infatti impulsività non equivale sempre a premeditazione; non è un test per “capire chi delinque”.
Rabbia, empatia e razionalizzazioni: disimpegno morale e normalizzazione

La parte più inquietante non è la rabbia: è quando una storia interiore la rende “legittima”.
La rabbia reattiva nasce da interpretazioni di minaccia. In questi casi è importante distinguere quelle che Martin Hoffman descriveva come empatia cognitiva (cioè capire cosa prova l’altro) e empatia affettiva (cioè il riconoscimento delle emozioni altrui attraverso l'espressione del viso o del corpo o interpretando il linguaggio non verbale). Il mancato sviluppo di queste competenze o il loro scarso allenamento può condurre a compiere delle azioni violente guidati esclusivamente dal proprio stato emotivo e minimizzando le emozioni altrui.
Il concetto di Bandura di disimpegno morale permette di minimizzare, spostare responsabilità, normalizzare: quando l'autore del reato giustifica il suo comportamento con uno scopo morale o una causa degna (giustificazione morale), o usa un linguaggio che tende a ridurre la negatività del gesto (etichettatura eufemistica) o ancora paragona il suo atto ad un altro peggiore al fine di “alleggerire” la gravità del suo comportamento (confronto vantaggioso), ci si trova di fronte a processi di normalizzazione dell'agito criminale: descriverli non significa fornirne “copioni”.
A questo punto emerge una parola popolare: psicopatia. Un tema delicato che può chiarire o stigmatizzare.
Psicopatia e tratti antisociali: significato, limiti e fraintendimenti
Nel linguaggio comune “psicopatico” significa “pericoloso”. In psicologia è un costrutto complesso che non coincide con “criminale”.
La psicopatia descrive insiemi di tratti interpersonali, emotivi e comportamentali, non è sinonimo di reato. Un tratto caratteriale non equivale sempre a una diagnosi che possa giustificare una condotta criminale.
Psicopatia come costrutto: cosa descrive e cosa non implica
La psicopatia non è un marchio: è un modo per descrivere alcune configurazioni di tratti.
La psicopatia è un disturbo di personalità che è caratterizzato da un'affettività superficiale: spesso l’empatia cognitiva è relativamente preservata, quella affettiva più fragile. Inoltre la psicopatia comporta un forte egocentrismo accoppiato a una tendenza a manipolare gli altri con un'immagine “normale” ma estremamente carismatica. Nonostante questi tratti possano favorire un comportamento deviante, non tutti coloro che soffrono di questo disturbo si dedicano al crimine, così come è vero anche il contrario: non tutti coloro che commettono reati hanno tratti psicopatici. Un disturbo mentale non equivale ad avere un destino segnato.
Falsi equivalenti con criminalità e costi dello stigma
Quando una parola diventa insulto, smette di essere uno strumento di comprensione.
L’equivalenza tra psicopatia e criminalità è falsa. I media sono i primi ad associare questo disturbo al comportamento criminale, complice la peculiarità della freddezza e delle difficoltà nel provare empatia che definiscono questo disturbo di personalità: usando un linguaggio sensazionalistico e collegando sempre episodi criminali alla psicopatia, si banalizza il disturbo ma soprattutto non si comprende la sofferenza che questa psicopatologia può comportare. Oltre ad alimentare un panico morale ingiustificato, il rischio è di inibire chi ne soffre nel ricercare un aiuto per curarsi, per la paura del giudizio e la marginalizzazione sociale di cui possono diventare vittime. Responsabilità personale sì; disumanizzazione no.
Se non basta un’etichetta, come si forma una vulnerabilità nel tempo? Entrano in gioco sviluppo, legami, apprendimento e ambienti.
Sviluppo e contesto: vulnerabilità cumulative nel tempo
Raramente si “diventa” qualcosa in un giorno: spesso il rischio cresce per accumulo.
Esperienze avverse, attaccamento, modelli coercitivi, scarsità di alternative possono aumentare il rischio. Ma esistono fattori protettivi e plasticità.
Esperienze avverse e attaccamento: traiettorie possibili senza determinismo
Non sono le etichette a cambiare una vita: sono i legami, la sicurezza e le risorse.
Le esperienze avverse aumentano reattività allo stress e strategie di sopravvivenza che, fuori contesto, diventano disfunzionali. L’attaccamento genitoriale costituisce un fattore di grande rilevanza: se disorganizzato il bambino può non imparare a regolare le sue emozioni, quindi costruire una rappresentazione di sé come inadeguato e degli altri come inaffidabili. Tuttavia due persone con storie simili possono avere destini diversi: non esiste solo l'ambiente familiare ad influenzare la crescita ma anche le istituzioni con cui il giovane cresce, la scuola, il gruppo dei pari...
Apprendimento sociale, norme e sostanze: amplificatori della disinibizione
Ciò che un gruppo tollera, spesso una persona finisce per normalizzarlo.
Imitazione, rinforzi e status contano: Durkheim è stato uno dei primi a definire il concetto di anomia cioè la debolezza o assenza di norme (non solo di leggi) o di paletti che possano fornire un riferimento; la conseguenza di ciò può anche essere il comportamento deviante o criminale. Anche l'abuso di sostanze non crea criminalità, ma può peggiorare la capacità di autocontrollo e favorire disinibizione e impulsività.
Quando questi temi entrano nel sistema giudiziario, la domanda diventa anche “come valutare rischio e responsabilità?”. Qui serve rigore.
Psicologia forense e profiling: utilità reali tra metodo e narrazione

Il profiling promette certezze. La psicologia forense lavora con probabilità, dati e limiti ed è questo che la rende utile.
La psicologia forense si occupa di valutazioni, rischio, competenze, contesto. Di fronte a dei media che alimentano bias e illusioni, il profiling è uno strumento di supporto, non magia.
Psicologia forense nel sistema giudiziario: valutazione, rischio, responsabilità
In ambito forense la domanda non è “che tipo è”, ma “quali fattori contano per rischio, responsabilità e tutela”.
La valutazione non è diagnosi “a distanza”: a differenza di una valutazione con finalità cliniche, la psicologia forense si basa su strumenti scientifici che tengono in considerazione anche il contesto in cui il reato si è verificato. Solo valutazioni professionali possono essere specifiche: il concetto di responsabilità personale deve essere affiancato ad una attenta valutazione di rischi e probabilità.
Profiling, crime media e bias: aspettative realistiche e limiti
Il vero rischio non è che il profiling “non funzioni”: è credere che sostituisca i dati.
L’idea del “segno rivelatore” seduce ma produce falsi positivi e stigma: il rischio a cui si va incontro è quello di “inserire” la persona in un profilo e quindi etichettarlo. Inoltre la tendenza prevalente nel profiling è ricercare dei pattern di comportamento costanti, senza considerare le variabili individuali che possono manifestarsi e spesso contraddire il profilo creato o portare alla redazione di un profilo ex novo impreciso.
Tolti i miti, resta la domanda concreta: cosa riduce davvero il rischio e la recidiva?
Prevenzione e cambiamento: riduzione della recidiva e responsabilità
La vera misura di una società non è quanto sa etichettare, ma quanto sa ridurre il rischio.
Contano legami, competenze emotive, un ambiente scolastico o lavorativo saldo, supporto, regole chiare. Servono interventi mirati, continuità e motivazione. Responsabilità personale, tutela delle vittime e possibilità di cambiamento possono coesistere.
Fattori di protezione e competenze prosociali: cosa riduce il rischio
La prevenzione non è indovinare chi farà cosa: è costruire contesti che rendono più facile scegliere bene.
Accanto ai fattori individuali, coesistono anche altri fattori di protezione. Tra i primi troviamo un buon funzionamento cognitivo, flessibilità cognitiva e problem solving e una buona capacità di adattamento alle avversità.
Relazioni familiari stabili e positive con figure di riferimento costanti e di fiducia possono aiutare a creare una rete di supporto e amicale che aiuta la persona ad allontanarsi dalla devianza.
Non meno importanti sono i fattori di protezione ambientali, come partecipare alla vita di comunità e mantenere una buona stabilità socio-economica.
Interventi utili e linguaggio responsabile: rigore senza etichette
Se il linguaggio crea “mostri”, poi diventa difficile chiedere cambiamento e pretendere responsabilità.
Interventi efficaci lavorano su competenze, contesto, continuità e sostegno post-rilascio. Etichettare aumenta distanza e riduce efficacia.
La “mente criminale” come essenza non esiste; esistono processi. Leggere criticamente i media aiuta ad osservare con etica gli eventi criminosi e i loro autori, distinguendo l'uno dall'altro senza cadere nello stigma e nel pregiudizio.
Bibliografia
- Betsos, I. (a cura di). Compendio di criminologia. (Edizioni aggiornate).
- Hare, R. D. (2003). Without Conscience: The Disturbing World of the Psychopaths Among Us. Guilford Press.
- Bandura, A. (1999). Moral disengagement in the perpetration of inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3(3), 193–209.
- Moffitt, T. E. (1993). Adolescence-limited and life-course-persistent antisocial behavior. Psychological Review, 100(4), 674–701.
- Farrington, D. P. (2005). Childhood origins of antisocial behavior. Clinical Psychology & Psychotherapy, 12(3), 177–190.
- Andrews, D. A., & Bonta, J. (2010). The Psychology of Criminal Conduct.
- Meloy, J. R. (2001). The “predatory” and “affective” aspects of violent behavior. Behavioral Sciences & the Law, 19(1), 75–90.
- Ward, T., & Beech, A. (2015). Dynamic risk factors and offender rehabilitation. Aggression and Violent Behavior, 24, 86–99
FAQ: La “mente criminale” esiste davvero? Risposte rapide
Esiste davvero una “mente criminale”?
No: non esiste un’unica “mente criminale” riconoscibile. In psicologia si studiano i reati come esito dell’interazione tra fattori individuali (es. impulsività, autocontrollo) e fattori di contesto (es. opportunità, gruppo, stress).
Perché tendiamo a credere al mito della “mente criminale”?
Perché semplifica e rassicura. Etichettare (“è fatto così”) riduce l’ansia e crea distanza tra “noi” e “loro”, ma spesso ignora il peso dei contesti e delle dinamiche sociali.
Qual è la differenza tra violenza e aggressività?
L’aggressività è una tendenza che può restare verbale o non dannosa. La violenza è l’uso intenzionale della forza o del potere per ferire o controllare (fisicamente o psicologicamente).
Quali sono le principali motivazioni psicologiche dietro un reato?
Di solito si combinano più motivazioni: impulso emotivo, profitto, potere/status, appartenenza al gruppo, reazione a minacce percepite o norme devianti del contesto.
Psicopatia e criminalità sono la stessa cosa?
No. La psicopatia riguarda alcuni tratti di personalità (es. freddezza emotiva, manipolazione), ma non coincide con il commettere reati: molti criminali non sono psicopatici e molte persone con tratti psicopatici non delinquono.
Quali fattori di sviluppo aumentano il rischio di comportamenti antisociali?
Esperienze avverse precoci (abusi, trascuratezza), attaccamento insicuro/disorganizzato, modelli violenti e norme devianti nei pari o nella comunità. Sono fattori di rischio, non “destino”: la protezione può cambiare la traiettoria.
Il profiling criminale mostrato in TV è accurato?
Spesso no. Nella realtà il profiling è un supporto probabilistico basato su dati, non un metodo infallibile: può orientare le ipotesi, ma non sostituisce prove e indagine.
Cosa può realmente prevenire la criminalità e ridurre la recidiva?
Interventi mirati su fattori di protezione: competenze prosociali, gestione delle emozioni, supporto relazionale, istruzione e lavoro, trattamenti specifici (es. dipendenze) e programmi di reinserimento.
Capire le cause psicologiche di un crimine significa giustificarlo?
No. Comprendere spiega il “come” e il “perché” per prevenire e intervenire meglio; giustificare minimizza responsabilità e danno. Sono due cose diverse.
























