- Neurodiversità e neurodivergenza: significato e differenze operative
- Neurotipico e “norma”: come usare questi termini senza rigidità
- Perché la differenza conta nella vita quotidiana
- Scuola e lavoro: inclusione e accomodamenti
- Errori comuni e fraintendimenti che creano confusione
- Linguaggio inclusivo: guida pratica all’uso accurato dei termini
- Esempi ricorrenti e limiti degli esempi
- Per orientarsi senza banalizzare
- FAQ: Neurodiversità e Neurodivergenza
- Quando le parole non bastano e senti che il tuo modo di funzionare crea fatica nei contesti
Negli ultimi tempi si sente spesso parlare di neurodiversità e di neurodivergenza, tuttavia spesso questo viene fatto senza reale cognizione di causa.
Ciò significa che nell’ambito di un discorso pubblico, i due termini vengono equiparati alla stregua di sinonimi.
L’effetto non è solo un’imprecisione di carattere terminologico: rappresenta altresì uno slittamento di significato che incide su come interpretiamo funzionamenti, bisogni, supporti e inclusione.
I due termini, infatti, operano su piani diversi: un termine descrive una cornice collettiva di significato l’altro invece descrive una posizione rispetto a una norma. Comprendere questa distinzione rappresenta uno strumento per ridurre stigma, fraintendimenti ma anche aspettative distorte.
La dott.ssa Giannatempo chiarirà i significati operativi dei due termini, affinché emerga la differenza come componente necessaria nell’ambito di vita quotidiana, al fine di evitare facili confusioni, andando inoltre a sottolineare gli errori più frequenti nel discorso divulgativo e come usare un linguaggio accurato quando si parla di neurodivergenze, senza trasformare tutto in diagnosi o slogan.
In breve
- Neurodiversità = variabilità dei funzionamenti neurocognitivi in una popolazione;
- Neurodivergenza = funzionamento che diverge dalla norma neurotipica;
Confonderle altera la lettura di bisogni, difficoltà e inclusione.
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Neurodiversità e neurodivergenza: significato e differenze operative
Confondere questi termini sarebbe un po’ come scambiare biodiversità con specie: in questo modo si perde il livello di analisi e si finisce per attribuire alle persone ciò che appartiene in realtà alla cornice di riferimento.
Con un termine ci si riferisce propriamente alla varietà di tutti, mentre con l’altro termine ci si riferisce ad una porzione rispetto alla norma. Malgrado la somiglianza lessicale, si nasconde una differenza concettuale fondamentale.
Neurodiversità: significato e concetto-ombrello
La neurodiversità indica la variabilità naturale dei funzionamenti cognitivi, attentivi, percettivi ed emotivi all’interno di una popolazione. Rappresenta dunque un concetto descrittivo e collettivo, ma non identitario in senso individuale.
Nello specifico tale concetto, riguarda il fatto che, in una classe, in un’équipe o in una comunità, coesistono modalità diverse di:
- elaborare informazioni
- regolare l’attenzione
- rispondere agli stimoli
- apprendere e comunicare
Dire che una persona “ha una neurodiversità” è concettualmente scorretto: così come nella biodiversità, le singole differenze contribuiscono alla varietà, ma non si identificano con essa.
Punto chiave: Non “tutti sono neurodiversi” in senso individuale; tutti partecipano alla neurodiversità come sistema.
Neurodivergenza e persona neurodivergente: cosa indica davvero
La neurodivergenza si riferisce a un funzionamento che si discosta in modo significativo e stabile dalla norma neurotipica, così come è implicitamente richiesta o favorita dai contesti sociali.
Non equivale a:
- diagnosi
- patologia
- deficit in senso assoluto
Rappresenta altresì un termine divulgativo ed identitario, che alcune persone scelgono per descrivere il proprio modo di funzionare, soprattutto in rapporto ad alcuni ambienti progettati invece su standard neurotipici.
Qual è l’elemento cruciale della neurodivergenza?
- la neurodivergenza emerge nel contesto;
- punti di forza e difficoltà non sono intrinseci, ma situati;
È importante sottolineare però che il concetto di neurodivergenza non rappresenta un’etichetta da attribuire dall’esterno e, soprattutto, non sostituisce il linguaggio clinico quando si parla di valutazione o presa in carico.
Neurotipico e “norma”: come usare questi termini senza rigidità
Introduciamo dunque, per dovere di cronaca, un altro concetto, che ovviamente viene utilizzato molto di frequente all’interno di questo ambito, ed è il concetto di “Neurotipico. Questo termine rappresenta una categoria descrittiva, anch’essa non valutativa. Indica ciò che può definirsi statisticamente più frequente o più facilmente sostenuto dai contesti esistenti.
La norma è:
- statistica (ciò che è più comune);
- sociale (ciò che è più richiesto);
- contestuale (ciò che è facilitato);
Perché la differenza conta nella vita quotidiana

È importante comprendere che l’utilizzo di questi termini non debba essere improprio. Ciò perchè, quando essi si sovrappongono, accadono solitamente alcuni errori che si ripercuotono nella vita quotidiana, ma concentriamoci su due in particolare, tra l’altro opposti tra loro: si patologizzano differenze oppure si banalizzano bisogni reali.
Le conseguenze di questi errori dunque, non sono teoriche, ma relazionali, educative e organizzative, e conducono ad una serie di comportamenti adottati che ovviamente generano delle conseguenze, come ad esempio l’insorgenza di etichettamento, stigma, oppure autoimmagine imprecisa.
Il linguaggio impreciso infatti può:
- rinforzare stigma (“se divergi sei difettoso”);
- produrre stereotipi (“genio eccentrico” vs “incapace”);
- incidere sull’autoimmagine (vergogna, negazione, idealizzazione);
Frasi apparentemente neutre come “è una moda” o “sei fatto così” possono invalidare l’esperienza soggettiva e ostacolare una comunicazione chiara dei bisogni.
Il punto non è comprendere a pieno le terminologie affinché non si vadano a negare le difficoltà né assolutizzarle, ma riconoscerle senza ridurre la persona a esse.
Scuola e lavoro: inclusione e accomodamenti
Quando la distinzione tra piani è chiara, l’inclusione smette di coincidere con la diagnosi. In una prospettiva di neuroinclusione, parlare di supporti non significa “aggiustare” le persone, ma ripensare i contesti in cui si muovono. Questo può voler dire fornire istruzioni esplicite e accessibili in più modalità, ridurre il carico sensoriale evitabile oppure introdurre una maggiore flessibilità nei tempi e nelle modalità di esecuzione delle attività. Chiedere quali condizioni facilitano il funzionamento non è un atto clinico, ma una pratica organizzativa: serve a ridurre attrito e stress e finisce per essere utile a molte persone, non solo a quelle neurodivergenti.
Errori comuni e fraintendimenti che creano confusione
Molti dei fraintendimenti più diffusi nascono da buone intenzioni. Il problema, infatti, non è il desiderio di essere inclusivi, ma l’uso improprio delle categorie concettuali e linguistiche. Quando i termini vengono impiegati senza attenzione al contesto da cui provengono, rischiano di perdere precisione e di generare confusione.
Un primo nodo riguarda gli slittamenti di significato tra clinica e divulgazione. Le parole che usiamo circolano tra ambiti diversi: quello clinico, l’attivismo, la divulgazione, i media e il marketing. In clinica si parla soprattutto di funzionamento, valutazione e supporti; nella divulgazione si enfatizzano identità, diritti e inclusione. Sono registri legittimi, ma rispondono a scopi differenti. La confusione nasce quando questi livelli vengono sovrapposti senza dichiararlo apertamente.
Un altro fraintendimento frequente è lo scambio tra neurodivergenza e diagnosi o patologia. Qui si incontrano due errori opposti ma speculari: da un lato la patologizzazione, che riduce la neurodivergenza a una forma di malattia, dall’altro la banalizzazione, che porta a dire che “allora siamo tutti neurodivergenti”. La neurodivergenza non è una diagnosi. Se c’è sofferenza o un impatto sul funzionamento quotidiano, è sensato parlare di supporto e comprensione, ma questo non richiede necessariamente un’etichetta identitaria. Allo stesso modo, gli esempi divulgativi servono a spiegare, non a stabilire criteri diagnostici.
C’è poi l’uso improprio di “neurodiversità” come etichetta personale. Dal punto di vista linguistico e concettuale, è più corretto parlare di “persona neurodivergente”, perché la neurodiversità non descrive un individuo, ma una cornice più ampia. La neurodiversità indica infatti l’insieme, il contesto, la varietà dei funzionamenti cognitivi; la neurodivergenza, invece, indica una posizione specifica ed esperienze minoritarie all’interno di quell’insieme. In questo senso, la precisione terminologica non è pedanteria, ma uno strumento di chiarezza comunicativa.
Infine, un ruolo importante è giocato dai social media e dal marketing, dove le semplificazioni rischiano di diventare distorsioni. Da un lato la neurodivergenza può essere presentata come un’identità totalizzante o addirittura “trendy”; dall’altro la neurodiversità viene trasformata in uno slogan che finisce per cancellare i bisogni concreti delle persone. Promesse di soluzioni rapide o la riduzione della complessità a pochi tratti riconoscibili sono segnali di allarme. La divulgazione può essere accessibile senza essere fuorviante, a patto di mantenere confini chiari tra i piani e di non sacrificare la complessità per una semplificazione eccessiva.
Linguaggio inclusivo: guida pratica all’uso accurato dei termini

Arrivati a questo punto, in che modo devono essere utilizzati i due termini? Sembra chiaro che un uso consapevole, non sia appannaggio esclusivo di una conoscenza approfondita della letteratura scientifica, ma ovviamente sono necessarie alcune scelte lessicali che vanno ad evitare ciò di cui parlavamo prima, ovvero l’etichettamento e l’autodiagnosi implicite.
Frasi utili e frasi da evitare
Da evitare
- “Siamo tutti un po’ neurodivergenti”
- “È solo una moda”
- “Sei geniale quindi non hai difficoltà”
Alternative funzionali
- “Cosa rende questa situazione più sostenibile per te?”
- “Preferisci istruzioni scritte o orali?”
- “C’è qualcosa nel contesto che ti affatica?”
Chiedere preferenze non equivale a diagnosticare.
Parlare di bisogni senza ridurre la persona a un’etichetta
Focus operativo:
- bisogno → chiarezza, prevedibilità, pausa
- strategia → routine, supporti visivi, gestione stimoli
- supporto → adattamento concreto del contesto
Non esistono profili standard: persone con funzionamenti simili possono avere bisogni diversi a seconda del contesto.
Esempi ricorrenti e limiti degli esempi
Spesso si citano autismo, ADHD, DSA, Tourette come esempi di neurodivergenze. Servono solo come orientamento, non come strumenti di riconoscimento.
Limiti degli esempi:
- elevata variabilità individuale
- masking e compensazioni
- peso del contesto e delle richieste
Cosa ricordare:
- gli esempi non definiscono le persone
- la sofferenza non è sempre visibile
- il supporto viene prima dell’etichetta
Per orientarsi senza banalizzare
Per orientarsi in modo chiaro nell’utilizzo dei due termini, appare chiaro come sia utile partire dalle definizioni operative di cui sopra, che certamente aiutano a non sovrapporre piani terminologici, ma più propriamente concettuali, nettamente diversi.
Ricapitolando la neurodiversità indica la variabilità dei funzionamenti neurocognitivi all’interno di una popolazione ed è quindi una cornice ampia, collettiva, descrittiva, mentre la neurodivergenza, si riferisce ad un funzionamento che si discosta dalla norma neurotipica e riguarda l’esperienza di singole persone o di gruppi minoritari. La valutazione clinica appartiene a un altro piano ancora: è uno strumento specifico, con finalità proprie, che va nominato e utilizzato come tale, senza confonderlo con i concetti precedenti.
Questa distinzione diventa particolarmente importante quando ci si chiede se e quando rivolgersi a un supporto professionale. Non è la presenza o meno di un’etichetta a fare da criterio, ma alcuni indicatori funzionali: stress che persiste nel tempo, fatica significativa nei contesti di vita o di lavoro, conflitti ricorrenti, segnali di esaurimento o burnout. In questi casi, chiedere aiuto non significa cercare qualcuno che “dica chi siamo”, ma qualcuno che aiuti a capire come funzioniamo e quali condizioni possono rendere i contesti più sostenibili.
La conclusione, allora, è parlare con la chiarezza concettuale e attenzione al funzionamento vanno di pari passo. Parlare di neurodiversità e neurodivergenza in modo preciso permette di evitare sia la patologizzazione sia la banalizzazione, e di riportare il focus su ciò che conta davvero: il benessere, l’accessibilità dei contesti e la possibilità di chiedere supporto in modo legittimo, anche in assenza di un’etichetta identitaria.
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FAQ: Neurodiversità e Neurodivergenza
Qual è la differenza tra neurodiversità e neurodivergenza?
La neurodiversità descrive la varietà dei funzionamenti neurocognitivi in una popolazione (cornice collettiva). La neurodivergenza indica un funzionamento che si discosta in modo significativo dalla norma neurotipica (posizione individuale/esperienziale).
Cosa significa “neurotipico”?
“Neurotipico” è un termine descrittivo per indicare funzionamenti più comuni e più favoriti dalle richieste sociali e dai contesti (scuola, lavoro, routine). Non è un giudizio di valore, ma un riferimento alla “norma” statistica e contestuale.
Perché è importante distinguere neurodiversità e neurodivergenza?
Perché confonderle può portare a due errori: patologizzare differenze normali o banalizzare bisogni reali. Una distinzione chiara aiuta a ridurre stigma e a costruire supporti più adeguati nei contesti quotidiani.
Si può dire che una persona “ha una neurodiversità”?
In genere no: la neurodiversità è una cornice collettiva e non un tratto individuale. È più appropriato dire “persona neurodivergente” (se la persona si riconosce nel termine) oppure parlare di bisogni e condizioni che rendono un contesto sostenibile.
Quali sono gli errori più comuni quando si usano questi termini?
Gli errori più frequenti sono: usare “neurodiversità” come etichetta personale, confondere neurodivergenza con diagnosi, sovrapporre linguaggio clinico e divulgativo, e banalizzare con frasi come “siamo tutti un po’ neurodivergenti”.
Come cambia la prospettiva su scuola e lavoro?
Cambia il focus dagli “etichettoni” agli accomodamenti: istruzioni chiare e multimodali, riduzione del carico sensoriale, flessibilità di tempi e modalità, e ambienti più prevedibili. Questo riduce stress e attrito e può beneficiare molte persone.
Quali frasi è meglio evitare quando si parla di neurodivergenze?
Evita frasi invalidanti come “è una moda”, “siamo tutti così” o “sei geniale quindi non hai difficoltà”. Meglio usare domande pratiche come: “Cosa rende questa situazione più sostenibile per te?”
Quando ha senso rivolgersi a uno psicologo per temi legati alla neurodivergenza?
Quando c’è un impatto sulla qualità della vita: stress persistente, fatica significativa nei contesti quotidiani, conflitti ricorrenti, sovraccarico o burnout. Il lavoro psicologico aiuta a comprendere il funzionamento e a costruire strategie e contesti più sostenibili.











