Nel 1999 le Nazioni Unite hanno dedicano una giornata ai giovani, precisamente il 12 Agosto. Nel 2026, un dato merita particolare attenzione: nel mondo circa un adolescente su sette, tra i 10 e i 19 anni, presenta un disturbo mentale.

La Giornata internazionale della gioventù, celebrata ogni anno il 12 agosto per iniziativa delle Nazioni Unite, non è soltanto una ricorrenza simbolica: richiama governi, scuole, servizi sanitari e comunità alla responsabilità di creare condizioni favorevoli alla crescita. Nel 2026 il quadro sulla salute mentale resta impegnativo. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, infatti, circa un adolescente tra i 10 e i 19 anni su sette presenta un disturbo mentale. Il suicidio rappresenta la terza causa di morte nella fascia 15-29 anni a livello globale. Inoltre, una storica indagine epidemiologica di Kessler e collaboratori ha rilevato che circa tre quarti dei disturbi mentali con esordio nel corso della vita compaiono entro i 24 anni. Non è pessimismo: è un punto di partenza per ragionare sulla prevenzione e sull'accesso alle cure.

La ricorrenza è stata istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, accogliendo la raccomandazione formulata dalla Conferenza mondiale dei ministri responsabili della gioventù, tenutasi a Lisbona nel 1998. La prima celebrazione si è svolta il 12 agosto 2000 e, da allora, l'ONU individua ogni anno un tema specifico. Tra la fine del 2025 e febbraio 2026, UN DESA ha pubblicato e presentato ufficialmente il World Youth Report 2025: Youth Mental Health and Well-being, dedicato alla salute mentale e al benessere dei giovani. Il rapporto sottolinea il peso di istruzione, lavoro, povertà, relazioni familiari, ambiente digitale e atteggiamenti sociali.

«Essere giovani significa avere opzioni; significa avere una vita intera davanti. Ma oggi essere giovani significa anche non essere sicuri che il mondo permetterà di avere un futuro al suo interno. È questa incertezza crescente ad alimentare i problemi di salute mentale sperimentati da così tanti giovani. Le disuguaglianze strutturali sono alla radice di una parte importante del disagio giovanile e la prevenzione è essenziale per affrontare problemi come discriminazione, povertà e accesso diseguale all’istruzione». Con queste parole Jorina Kaminski, giovane delegata svizzera alle Nazioni Unite, è intervenuta alla presentazione del rapporto nel febbraio 2026. Il suo contributo sposta l’attenzione dal registro individuale — «i giovani sono fragili» — a quello contestuale: la salute mentale è influenzata anche dalle condizioni in cui si cresce.

Il World Youth Report 2025: Youth Mental Health and Well-being, curato dalla Divisione per lo sviluppo sociale inclusivo del Dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari Economici e Sociali (UN DESA), è stato pubblicato nel dicembre 2025 e presentato ufficialmente nel febbraio 2026, durante la 64ª sessione della Commissione per lo sviluppo sociale

Ora vorrei affrontare tre passaggi. Prima, i numeri: che cosa sappiamo sullo stato di salute mentale dei giovani e come distinguere disagio, sintomi e disturbi. Poi, i meccanismi: perché adolescenza e prima età adulta sono fasi di particolare sensibilità e quali fattori contemporanei possono aumentare il rischio. Infine, le risorse: quali interventi dispongono di evidenze e che cosa possono fare famiglie, scuole e servizi.

Se queste parole descrivono qualcosa che sta accadendo, un passo utile è individuare un professionista esperto nel lavoro con adolescenti e giovani adulti nella propria zona. La prossimità può facilitare la continuità, ma contano soprattutto competenza, appropriatezza dell’intervento e qualità della relazione terapeutica.

Che cos’è la salute mentale dei giovani e come si misura

Occorre partire da una definizione precisa, perché sul tema «salute mentale dei giovani» circola molto rumore e il rumore può confondere sia l'urgenza sia la comprensione. Per l'Organizzazione mondiale della sanità, la salute mentale è uno stato di benessere mentale che consente di affrontare gli stress della vita, realizzare le proprie capacità, imparare e lavorare in modo adeguato e contribuire alla comunità. Non coincide, quindi, con la semplice assenza di un disturbo. Nel World Youth Report la salute mentale giovanile è letta in una prospettiva ecologica: relazioni, scuola, lavoro, condizioni economiche, ambiente digitale, servizi e politiche pubbliche interagiscono con le caratteristiche individuali. La responsabilità non può essere attribuita soltanto al ragazzo o alla ragazza.

I dati che orientano la prevenzione

Prima di parlare di che cosa fare, occorre osservare il quadro epidemiologico più aggiornato. Le principali stime provengono da fonti istituzionali internazionali. Per la fascia 10-19 anni, il riferimento è il fact sheet dell'Organizzazione mondiale della sanità sulla salute mentale in adolescenza, aggiornato nel settembre 2025; per i giovani adulti, il World Youth Report 2025, presentato da UN DESA nel febbraio 2026.

  • Circa il 14,3% degli adolescenti tra i 10 e i 19 anni — quasi uno su sette — presenta un disturbo mentale, secondo le stime dell’OMS.
  • Circa un giovane su cinque sperimenta ogni anno problemi di salute mentale, secondo i dati richiamati da UN DESA.
  • Molti disturbi mentali esordiscono prima dell’età adulta o nella prima età adulta. Nella ricerca epidemiologica statunitense di Kessler e collaboratori, circa il 75% dei disturbi con esordio nel corso della vita era comparso entro i 24 anni: un dato importante, ma da leggere nel contesto della popolazione studiata.
  • Il suicidio è la terza causa di morte nella fascia 15-29 anni a livello globale, secondo l’OMS.
  • Circa il 21% degli adolescenti riferisce solitudine, la quota più alta tra le fasce d’età considerate dal rapporto della Commissione OMS sulla connessione sociale del 2025.

Disagio, sintomi e diagnosi: una distinzione clinica utile

È utile distinguere tra disagio psicologico, sintomi e disturbi diagnosticabili. Ansia occasionale, tristezza, stress, conflitti e incertezza possono essere reazioni comprensibili a una fase di cambiamento o a eventi difficili. Diventano clinicamente rilevanti quando sono intensi, persistenti, compromettono il funzionamento scolastico, sociale o familiare oppure comportano un rischio per la sicurezza. Disturbi depressivi, d’ansia, del comportamento alimentare o da uso di sostanze sono diagnosi che richiedono criteri e valutazione professionale. Autolesionismo e ideazione suicidaria, invece, sono comportamenti o segnali clinici che necessitano sempre di una valutazione specifica e non vanno confusi con una diagnosi. Il linguaggio psicologico diffuso sui social può aiutare a riconoscersi, ma può anche favorire autodiagnosi o etichette imprecise: il compito clinico è validare la sofferenza senza minimizzarla né trasformare automaticamente ogni esperienza in patologia.

Per approfondire i segnali che possono distinguere i normali compiti evolutivi da un disagio che richiede attenzione clinica, può essere utile leggere adolescenza e crisi identitaria: i campanelli d’allarme, ricordando che un contenuto informativo non sostituisce una valutazione professionale.

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Perché adolescenza e prima età adulta sono fasi sensibili

Il dato epidemiologico non ha una spiegazione unica. La vulnerabilità deriva dall’interazione tra sviluppo biologico, storia personale, relazioni, condizioni sociali e accesso alle risorse. L’adolescenza è una fase di trasformazioni rapide; ciò non significa che ogni difficoltà sia patologica, né che i giovani siano per definizione incapaci di regolarsi.

Il cervello adolescente: uno sviluppo ancora in corso

Il cervello adolescente non è un cervello adulto in miniatura, ma non è neppure un sistema semplicemente “incompleto” fino ai 25 anni. Durante l’adolescenza e la prima età adulta continuano a riorganizzarsi le reti coinvolte nella pianificazione, nel controllo degli impulsi, nella ricompensa e nella regolazione emotiva, con ampia variabilità individuale. La corteccia prefrontale è tra le aree che proseguono la maturazione fino alla metà o alla fine dei vent’anni, ma i 25 anni non rappresentano una soglia biologica netta. In alcuni contesti possono essere più marcate la sensibilità alle emozioni, alla novità e al giudizio dei pari; sonno, stress, esperienze e relazioni influenzano queste traiettorie. Questo può aumentare la vulnerabilità in determinate condizioni, ma non spiega da solo l’insorgenza dei disturbi mentali e non implica incapacità decisionale.

I fattori socio-culturali che possono aumentare il rischio

Su questa fase di sviluppo possono agire fattori sociali e culturali che, nel 2026, assumono forme particolarmente pervasive. Non sono cause automatiche né uguali per tutti, ma possono sommarsi tra loro e incidere sul benessere.

  1. L’ambiente digitale 24 ore su 24. Le piattaforme possono favorire confronto sociale, esposizione a contenuti dannosi, cyberbullismo e interferenze con sonno, attività fisica e relazioni in presenza. Gli effetti dipendono però dal tipo di utilizzo, dai contenuti, dall’età e dalle vulnerabilità individuali.
  2. La precarietà strutturale. Lavoro, casa, accesso all’istruzione e prospettive economiche incidono sulla possibilità di progettare il futuro. Il World Youth Report evidenzia come povertà, disuguaglianze e accesso limitato alle opportunità possano aumentare il disagio.
  3. L’eco-ansia. La preoccupazione per il cambiamento climatico è documentata soprattutto tra i giovani, ma non costituisce di per sé una diagnosi. Può diventare fonte di sofferenza quando è intensa, persistente e associata a impotenza, insonnia o compromissione del funzionamento; in altri casi può anche sostenere partecipazione e azione collettiva.
  4. La riduzione delle occasioni di connessione. Quando mancano spazi sicuri, accessibili e non esclusivamente commerciali in cui incontrarsi, diminuiscono le opportunità di relazione in presenza. Il dato OMS sulla solitudine segnala un problema rilevante, ma non consente di attribuirlo a una sola causa.

Il ruolo dei social: ciò che possiamo dire con prudenza

La ricerca non sostiene l’equazione semplice «social uguale male». Gli esiti dipendono dall’età, dalle caratteristiche individuali, dai contenuti, dal tempo sottratto al sonno o alle relazioni, dall’esposizione a cyberbullismo e dal modo in cui le piattaforme vengono usate. Le associazioni con ansia e sintomi depressivi sono spesso modeste e possono essere bidirezionali: il disagio può aumentare l’uso problematico e, a sua volta, un uso problematico può aggravare il disagio. Contenuti centrati sull’aspetto fisico possono accrescere l’insoddisfazione corporea, soprattutto in chi è già vulnerabile, mentre alcune comunità online possono offrire appartenenza e supporto. In clinica, quindi, è più utile chiedere che cosa accade durante e dopo l’uso, non limitarsi a contare le ore.

Per approfondire uno dei temi più discussi in questo ambito, è possibile consultare la pagina su uso problematico dei social media e FOMO. Il termine «dipendenza» va usato con cautela: l’uso problematico dei social non coincide automaticamente con una diagnosi riconosciuta dai principali manuali diagnostici.

Fare il primo passo verso un supporto psicologico non deve essere complicato. Il portale Psicologo di Base raccoglie professionisti, approfondimenti e strumenti di orientamento. Non si tratta di un servizio sanitario pubblico nazionale: è quindi opportuno verificare qualifiche professionali, iscrizione all’Albo e competenze specifiche.

Che cosa funziona: risorse cliniche e condizioni di accesso

Ora vorrei concludere con la parte operativa, spesso assente quando si parla di salute mentale dei giovani. I dati non descrivono una condanna né trasformano un’intera generazione in una “popolazione clinica”. Indicano piuttosto una fascia d’età nella quale prevenzione, riconoscimento precoce, contesti protettivi e accesso tempestivo a interventi appropriati possono fare una differenza concreta.

Per un approfondimento sulle modalità di lavoro clinico in questa fase, è utile la pagina dedicata alla psicoterapia dell’adolescenza, che descrive obiettivi, setting e caratteristiche del percorso. Uno dei problemi principali, in Italia e non solo, è l’accesso tempestivo a interventi appropriati e a professionisti con esperienza specifica.

Gli approcci terapeutici con evidenze per adolescenti e giovani adulti

Non esiste una terapia unica adatta a ogni problema. La scelta dipende dalla valutazione clinica, dall’età, dal tipo e dalla gravità dei sintomi, dalle preferenze della persona e, quando opportuno, dal coinvolgimento della famiglia. Conoscere gli approcci principali aiuta a formulare domande, ma non sostituisce una valutazione individualizzata.

  • La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) dispone di solide evidenze per diversi disturbi d’ansia e per la depressione in età evolutiva, con protocolli adattati all’età e al quadro clinico.
  • La terapia dialettico-comportamentale adattata agli adolescenti (DBT-A) può essere indicata nei casi di autolesionismo ricorrente associato a marcata disregolazione emotiva. Di norma comprende anche il coinvolgimento della famiglia o dei caregiver nell’apprendimento di competenze specifiche.
  • Per il disturbo da stress post-traumatico, la CBT focalizzata sul trauma e l’EMDR rientrano tra i trattamenti supportati dalle linee guida quando vi è una diagnosi o un’indicazione clinica specifica. Non ogni esperienza stressante o dolorosa richiede un trattamento del trauma.
  • Gli interventi psicodinamici o psicoanalitici possono essere utilizzati con adolescenti e giovani adulti, in particolare nel lavoro su identità, relazioni e conflitti interni. La forza delle evidenze varia però in base al disturbo e al modello di trattamento: l’indicazione va definita caso per caso.
  • Gli interventi familiari possono migliorare gli esiti quando le dinamiche relazionali, la comunicazione o il sostegno dei caregiver sono parte rilevante del problema o della soluzione. Il parent training è particolarmente utilizzato nei disturbi del comportamento; non è un intervento indistinto per ogni forma di sofferenza.

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Il ruolo della famiglia e della scuola

Gli esiti del trattamento possono migliorare in maniera considerevole quando il contesto sostiene il percorso. Le famiglie possono ascoltare senza correggere immediatamente, riconoscere i segnali di allarme senza catastrofizzare, contrastare l’isolamento e, nello stesso tempo, evitare di leggere ogni comportamento come un sintomo. La scuola può svolgere una funzione di osservazione e raccordo: insegnanti e personale scolastico spesso intercettano cambiamenti nel rendimento, nella partecipazione o nelle relazioni. La segnalazione va gestita con rispetto della riservatezza e in collaborazione con famiglia e servizi.

Cinque cose da fare, il 10 agosto 2026, se un giovane vicino a voi sta soffrendo

Non è una checklist valida per ogni situazione, ma di una sequenza di passi coerente con le indicazioni cliniche generali. In presenza di pericolo immediato, la priorità resta la sicurezza.

1. Chiedere con chiarezza. «Ti va di raccontarmi come stai?» è un buon inizio. Se vi è il timore di autolesionismo o suicidio, è appropriato chiedere direttamente se la persona ha pensato di farsi del male o di morire. La domanda non “mette l’idea in testa” e può facilitare la comunicazione e la richiesta di aiuto.

2. Non minimizzare e non catastrofizzare. Frasi come «sono cose normali dell’età» possono chiudere il dialogo; anche reazioni allarmistiche possono aumentare vergogna o ritiro. L’eccezione è il pericolo immediato: in quel caso bisogna agire con decisione e attivare i soccorsi.

3. Coinvolgere il pediatra o il medico di medicina generale. Sono riferimenti sanitari utili per una prima valutazione e per orientare verso i servizi territoriali. Il PANSM 2025-2030, approvato il 29 dicembre 2025, promuove integrazione e prossimità delle cure, ma l’organizzazione concreta e la disponibilità dei servizi variano tra i territori.

4. Contattare un professionista esperto in adolescenza. In base all’età e al quadro possono essere indicati uno psicologo, uno psicoterapeuta, il servizio di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza o il servizio di salute mentale per adulti. La competenza specifica in questa fascia d’età è importante.

5. Se emerge un rischio suicidario imminente o un autolesionismo in atto, non lasciare la persona sola e rivolgersi subito al Pronto soccorso oppure chiamare il 112 o il 118. Telefono Amico Italia (02 2327 2327, tutti i giorni dalle 9 alle 24) offre ascolto emotivo, ma non sostituisce i servizi di emergenza.

I percorsi di cura vanno scelti in base al problema, all’età e alla valutazione clinica. Per orientarsi tra le opzioni disponibili nel Servizio sanitario nazionale e nel privato è utile raccogliere informazioni affidabili e chiedere chiarimenti su competenze, metodo di lavoro, tempi e modalità di presa in carico.

Domande frequenti sulla salute mentale dei giovani e sulla Giornata internazionale della gioventù

Perché la Giornata internazionale della gioventù si celebra il 12 agosto?

Il 12 agosto è stato scelto dalle Nazioni Unite dopo una raccomandazione della Conferenza mondiale dei ministri responsabili della gioventù del 1998. La ricorrenza è stata istituita nel 1999 e celebrata per la prima volta nel 2000.

È vero che un adolescente su sette ha un disturbo mentale?

Sì. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni presenta un disturbo mentale. Il dato serve a evidenziare l'importanza della prevenzione e dell'accesso tempestivo alle cure.

Quando è opportuno rivolgersi a uno psicologo?

È consigliabile chiedere una valutazione quando cambiamenti nell'umore, nel sonno, nell'appetito, nelle relazioni o nel rendimento scolastico sono intensi, persistenti o compromettono la vita quotidiana. In presenza di autolesionismo o pensieri suicidari è necessario intervenire immediatamente.

Cosa fare se un adolescente rifiuta di andare dallo psicologo?

I genitori possono iniziare con un colloquio di orientamento e proporre un primo incontro conoscitivo. Se esiste un rischio concreto per la sicurezza del ragazzo, è importante contattare tempestivamente i servizi competenti anche in caso di rifiuto.

I social media fanno sempre male alla salute mentale dei giovani?

No. I social media possono avere effetti sia positivi sia negativi. L'impatto dipende dal tipo di utilizzo, dai contenuti visualizzati, dalle caratteristiche della persona e dalle conseguenze sulla vita quotidiana.