C’è una voce che, per cinque stagioni, ha sussurrato allo spettatore i suoi pensieri più intimi mentre seguiva, studiava e “proteggeva” la donna di cui si era invaghito. Joe Goldberg, protagonista di You, è forse uno dei ritratti televisivi più riusciti e disturbanti dello stalker contemporaneo: affascinante, colto, capace di farci entrare nella sua logica fino quasi a confondere controllo e sentimento. Ed è proprio questa la trappola narrativa della serie.

Sull’altro versante c’è The Watcher, la serie Netflix ispirata a una storia vera: una famiglia si trasferisce nella casa dei sogni e comincia a ricevere lettere anonime da qualcuno che dichiara di osservarla. Qui il persecutore non ha un volto né una voce seducente: è una presenza invisibile, una minaccia che si insinua nella quotidianità e ne corrode la sicurezza.

Due racconti molto diversi che illuminano le due facce dello stesso fenomeno: lo stalking. Da una parte la persecuzione travestita da amore, dall’altra l’angoscia di sentirsi osservati senza sapere da chi. In entrambi i casi, la fiction intercetta una paura reale.

Dietro la fascinazione per questi personaggi si nasconde infatti un tema serio e diffuso. Lo stalking non è una fantasia da serie TV: è un reato, una forma di violenza relazionale e psicologica che può lasciare segni profondi su chi la subisce.

La dott.ssa Chiara Beltrame ci aiuta a capire la psicologia di chi perseguita — e cosa vive chi è perseguitato — ma soprattutto a riconoscere i segnali quando smettono di essere finzione e iniziano a riguardare la vita reale.

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Che cos’è lo stalking e quali forme assume?

«Mi piace iniziare a parlare di concetti partendo sempre dalla sua definizione. Spesso la parola stalking viene usata con leggerezza e questo rischia di annacquarne la gravità. Il termine deriva dal linguaggio della caccia e significa letteralmente “fare la posta”, braccare. In psicologia indica un insieme di comportamenti ripetuti e intrusivi di sorveglianza, controllo e ricerca di contatto, rivolti a una persona che non li desidera e che ne ricava un grave stato di disagio. Gli studiosi parlano anche di sindrome delle molestie assillanti».

La caratteristica chiave è la reiterazione. Una telefonata sgradita, da sola, non è stalking; lo diventa quando si trasforma in un assedio fatto di pedinamenti, messaggi continui, appostamenti, regali insistenti, controllo dei movimenti e, sempre più spesso, monitoraggio attraverso i social: il cosiddetto cyberstalking.

È esattamente la dinamica di Joe in You: ogni gesto, filtrato dalla sua voce interiore, viene presentato come amore o protezione; visto dall’esterno, è sorveglianza ossessiva. La serie funziona perché costringe lo spettatore a fare questo scarto di prospettiva: ciò che il persecutore racconta come cura, per la vittima è intrusione.

C’è poi un aspetto delicato, che nella pratica clinica emerge spesso e che le serie mostrano solo in parte: a volte la vittima fatica a interrompere il legame con il persecutore, soprattutto quando c’è stata una relazione. Possono subentrare senso di colpa, speranza che l’altro cambi, paura della reazione, confusione tra affetto e dipendenza. È un terreno che si intreccia con le dinamiche di dipendenza affettiva e che va affrontato con protezione, gradualità e sostegno.

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Quando lo stalking diventa reato

In Italia lo stalking è un reato preciso: gli “atti persecutori”, disciplinati dall’articolo 612-bis del codice penale, introdotto nel 2009 e poi rafforzato dalla legge del 2019 nota come Codice Rosso.

La norma punisce le condotte reiterate che producono almeno uno di questi effetti: un perdurante e grave stato di ansia o paura, un fondato timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara, oppure un cambiamento forzato delle proprie abitudini di vita.

«È un dettaglio importante: per la legge non serve una diagnosi clinica. È sufficiente che il comportamento del persecutore produca un effetto destabilizzante sull’equilibrio psicologico e sulla libertà quotidiana della vittima».

Chi è il persecutore? La psicologia dello stalker

La domanda che viene posta più spesso è: “Che tipo di persona arriva a fare una cosa simile?”. La risposta non è unica. Proprio qui sta il valore di personaggi come Joe Goldberg o dell’osservatore di Westfield: non esiste un solo profilo di stalker.

Una delle classificazioni più note in ambito clinico, proposta da Mullen e colleghi nel 1999, distingue cinque tipologie di persecutore in base alla motivazione prevalente:

  • Il risentito: agisce per vendetta, convinto di aver subito un torto. Vuole che la vittima provi paura e riconosca il suo “danno”.
  • Il bisognoso d’affetto: cerca una relazione e interpreta ogni risposta, persino il rifiuto, come un possibile segnale di interesse. Confonde persecuzione e corteggiamento.
  • Il corteggiatore incompetente: ha scarse competenze relazionali e impone la propria presenza in modo opprimente, talvolta diventando aggressivo quando non ottiene ciò che vuole.
  • Il respinto: diventa persecutore dopo la fine di una relazione, oscillando tra desiderio di riconquista e volontà di punizione. È uno dei profili più frequenti.
  • Il predatore: pianifica, osserva e sorveglia in vista di un’aggressione, traendo gratificazione dal potere e dal controllo esercitati sulla vittima.

Joe Goldberg, se dovessimo collocarlo, oscilla tra il bisognoso d’affetto e il respinto, con tratti predatori che emergono quando si sente minacciato o quando perde il controllo della narrazione. The Watcher, invece, mette in scena un’altra angoscia: non sapere chi sia il persecutore. L’anonimato diventa parte stessa del trauma.

Lavorare sullo stalking, sia con chi lo subisce sia — quando possibile e in contesti protetti — con chi lo agisce, significa spesso risalire al modo in cui una persona vive i legami. «Nel mio lavoro do molto peso al rapporto tra trauma infantile, stile di attaccamento e relazioni adulte: è lì che può annidarsi il copione che, da adulti, si trasforma in ossessione, controllo o vulnerabilità a chi controlla».

La radice dell’ossessione

Sul piano psicologico, lo stalking viene spesso letto come una patologia dell’affettività. Alla base possono esserci un attaccamento insicuro, ferite relazionali precoci e una profonda difficoltà a tollerare la perdita, il rifiuto e la separazione.

Per molti persecutori la relazione fantasticata sembra risolvere un problema centrale: la solitudine. La fine di un rapporto — o l’impossibilità di averlo — non viene vissuta come un evento doloroso ma affrontabile, bensì come un’annichilazione del sé, una perdita di controllo da riparare a ogni costo. In questa lettura, l’ossessione diventa il tentativo disperato di non sentire l’abbandono.

Questo non significa giustificare il comportamento persecutorio. Comprendere le radici psicologiche serve a riconoscere il rischio, non a minimizzarlo. La responsabilità resta di chi agisce la persecuzione; la priorità resta la sicurezza di chi la subisce.

Riconoscere uno schema è il primo passo per uscirne

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Cosa vive chi è perseguitato

Le serie televisive tendono a mettere al centro il persecutore, perché è il personaggio che muove la trama. Ma nella pratica clinica il focus deve restare sull’altro lato della storia: chi subisce. E le conseguenze possono essere pesanti.

Le vittime di stalking riportano spesso ansia cronica, ipervigilanza, disturbi del sonno, sintomi depressivi e una sensazione costante di non essere mai al sicuro. In alcuni casi possono comparire sintomi riconducibili al disturbo post-traumatico da stress.

È un trauma relazionale a tutti gli effetti. La ferita non riguarda solo l’evento in sé, ma la capacità di fidarsi degli altri, della propria casa, dei propri spazi e del mondo esterno. È ciò che The Watcher racconta bene: la casa, simbolo di protezione, diventa improvvisamente un luogo esposto.

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Cosa fare, concretamente

Se ti riconosci nella posizione della vittima, il primo passo è dare un nome a ciò che vivi: non stai esagerando. Annota episodi, date e messaggi; conserva le prove; evita di alimentare il contatto cercando spiegazioni o confronti; parlane con una persona di fiducia.

Sul piano legale esistono strumenti come l’ammonimento del questore e la querela. Sul piano psicologico, un supporto specializzato aiuta a ricostruire il senso di sicurezza, ridurre l’isolamento e non restare soli con il peso della paura.

Chiedere aiuto non è debolezza: è la mossa più lucida che si possa fare quando una relazione, un contatto o una presenza diventano una minaccia.

In sintesi

You e The Watcher funzionano perché toccano una paura reale: essere osservati, scelti e inseguiti da qualcuno che non accetta un limite. Ma è bene ricordare che dietro il fascino del personaggio c’è un comportamento violento, e dietro la trama c’è una sofferenza concreta.

Lo stalking ha tipologie e radici psicologiche riconoscibili, è un reato e, soprattutto, è qualcosa da cui si può uscire. Non da soli, non con vergogna, ma con gli strumenti giusti: protezione, supporto, rete, intervento psicologico e, quando necessario, tutela legale.

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Domande frequenti sullo stalking

Da quanti episodi si parla di stalking?

La legge non stabilisce un numero preciso di episodi per parlare di stalking. È necessario che le condotte siano ripetute e provochino nella vittima grave ansia o paura, timore per la propria incolumità oppure un cambiamento forzato delle abitudini di vita.

Lo stalker è sempre un ex partner?

No, lo stalker non è sempre un ex partner. Può essere anche un conoscente, un collega, un vicino di casa oppure uno sconosciuto, anche se una precedente relazione con la vittima è un elemento importante nella valutazione del rischio.

Provare attrazione per un personaggio come Joe Goldberg è preoccupante?

No, provare attrazione per Joe Goldberg non è necessariamente preoccupante, perché il personaggio è costruito per risultare affascinante e coinvolgere lo spettatore nella sua prospettiva. È però importante distinguere la fiction dalla realtà: il controllo ossessivo e la sorveglianza non sono forme d’amore.

Cosa devo fare se penso di essere vittima di stalking?

Se pensi di essere vittima di stalking, conserva messaggi e altre prove, annota gli episodi, evita il contatto con il persecutore e informa persone di fiducia. Puoi inoltre valutare l’ammonimento del questore, la querela e un supporto psicologico specializzato.

Lo stalker può cambiare?

In alcuni casi uno stalker può lavorare sulle proprie dinamiche ossessive attraverso un percorso terapeutico mirato, talvolta disposto dall’autorità giudiziaria. La sicurezza e la protezione della vittima devono però rimanere sempre prioritarie.