Per molto tempo si è dato per scontato che l'arrivo di un figlio coincidesse, per forza, con il periodo più felice della vita di una donna. La realtà è più complicata. Accanto alla gioia, gravidanza e post-partum possono portare ansia, paura, tristezza profonda — vissuti spesso taciuti, perché ammetterli sembra un tradimento del ruolo di madre. Eppure i numeri parlano chiaro: la depressione perinatale riguarda una quota molto significativa delle donne, e per troppo tempo è rimasta invisibile.
Qualcosa, sul piano delle politiche sanitarie, si sta muovendo. Il nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, noto con la sigla PANSM e approvato in Conferenza Unificata alla fine del 2025, dedica per la prima volta uno spazio ampio e strutturato proprio alla salute mentale perinatale. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori: riguarda concretamente come e dove una futura o neo mamma potrà trovare ascolto e supporto all'interno del Servizio Sanitario Nazionale.
La dott.ssa Garbin ci spiegherà nel dettaglio cosa prevede questo Piano, perché il periodo che ruota attorno alla nascita è così psicologicamente delicato, e quale ruolo gioca oggi il supporto psicologico nelle cure primarie. Perché, come ci ricorda, chiedere aiuto in questa fase non è un lusso: è prevenzione.
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Cosa vuol dire perinatale e quanto dura il periodo
Il termine "perinatale" (che deriva dal greco peri , "attorno", e dal latino natalis , "relativo alla nascita") si identificano tutti gli eventi, le cure o le condizioni che si verificano a ridosso del momento del parto, sia nelle settimane precedenti che in quelle immediatamente successive e più genericamente indica l'arco di tempo che va dalla gravidanza fino a circa un anno dopo il parto. È una fase di trasformazione enorme: cambia il corpo, cambiano gli equilibri ormonali, cambia l'identità stessa della donna. Come ha osservato lo psichiatra Daniel Stern, con la nascita di un figlio nasce anche, psicologicamente, una madre — e questa nascita richiede tempo e spazio mentale.
Baby blues e depressione post-partum non sono la stessa cosa
Qui serve una distinzione che troppe volte si confonde. Nei primi giorni dopo il parto è frequentissimo — e del tutto fisiologico — un periodo di malinconia, pianto facile, irritabilità e stanchezza: è il cosiddetto baby blues, legato ai rapidi cambiamenti ormonali, che si risolve da solo entro un paio di settimane e non compromette la capacità di prendersi cura del bambino. Secondo i dati riportati anche nel PANSM il baby blues riguarda all'incirca una donna su sei-sette, mentre la depressione post-partum è un'altra cosa: dura oltre le due settimane, è più intensa e invalidante, e interferisce con la vita quotidiana e con la relazione con il neonato.
Non solo dopo: anche durante la gravidanza
Un altro luogo comune da smontare: il disagio non arriva solo dopo il parto. Una quota rilevante degli episodi depressivi maggiori del post-partum inizia già durante la gravidanza, e a questi si aggiungono l'ansia, la paura del parto (la cosiddetta tocofobia) e, nei casi più dolorosi, l'elaborazione di un lutto perinatale. Per chi vuole approfondire cosa accade nei primissimi mesi dopo la nascita di un figlio abbiamo dedicato un articolo specifico su cosa è il maternity blues nelle neomamme e l’importanza di saper riconoscere per tempo questi segnali per non lasciarli soli a crescere nel silenzio.

Cosa prevede il PANSM per la salute mentale perinatale
Il PANSM 2025-2030 nasce dopo oltre dieci anni dall'ultimo piano strategico nazionale, e adotta un approccio dichiaratamente bio-psico-sociale: la salute mentale non come semplice assenza di malattia, ma come benessere della persona lungo tutto l'arco della vita. Tra le sue aree prioritarie, la fase perinatale ha finalmente un posto di rilievo. Il Piano promuove una presa in carico multidisciplinare, nella quale ginecologi, ostetriche, medici di medicina generale, pediatri, psicologi e servizi territoriali collaborano per offrire un supporto coordinato. L'obiettivo è costruire una rete capace di intercettare tempestivamente i fattori di rischio, accompagnare la donna nei momenti di maggiore vulnerabilità e ridurre lo stigma che ancora oggi circonda il disagio psicologico materno. In questa prospettiva, la salute mentale non è più un tema "separato", ma una componente essenziale dell'assistenza alla maternità, con benefici che si estendono alla relazione madre-bambino, al partner e all'intero nucleo familiare.
Screening precoci e percorsi dedicati
Il Piano prevede l'introduzione di screening fin dal primo trimestre di gravidanza, per individuare precocemente i segnali di disagio. Uno degli strumenti validati a livello internazionale è la Scala di Edimburgo (EPDS), un breve questionario pensato proprio per cogliere la sintomatologia depressiva nel periodo perinatale, distinguendola dalla normale stanchezza del prendersi cura di un neonato. Oltre allo screening, il PANSM disegna percorsi terapeutici graduati e, per le situazioni più gravi, la creazione di Unità madre-bambino che permettono di curare la madre senza separarla dal figlio.
Una rete che parte dal territorio
Il cuore della riforma è organizzativo: spostare la salute mentale dagli ospedali al territorio, vicino alle persone. Il Piano valorizza la figura dello psicologo nelle cure primarie e l'integrazione tra professionisti — medici di base, ostetriche, consultori, psicologi. È in questa cornice che si inserisce il tema del psicologo di base e della psicologia delle cure primarie nel quadro del PANSM 2025-2030: un presidio di prossimità che intercetta il disagio dove le persone vivono, prima che diventi emergenza. Per una neomamma in difficoltà, avere accesso a uno psicologo senza dover attraversare percorsi lunghi e stigmatizzanti può fare tutta la differenza.
Perché conviene a tutti (non solo alla madre)
C'è una ragione di salute pubblica, oltre che umana. Il disagio psicologico della madre, se non riconosciuto, incide sullo sviluppo del bambino e sull'intero sistema familiare, con effetti che possono trasmettersi nel tempo. Investire sulla prevenzione perinatale significa proteggere due generazioni in una volta sola. Lo dice il Piano, e lo conferma la letteratura scientifica: prevenire qui ha un ritorno enorme.
Cercare supporto è un atto di forza, non di debolezza
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Come riconoscere i segnali e dove trovare aiuto
Al di là dei piani nazionali, c'è la vita di ogni giorno. Ecco cosa è utile sapere, in concreto, per sé o per una persona cara che sta affrontando questo passaggio.
I segnali a cui prestare attenzione
La depressione perinatale non si manifesta sempre con una tristezza evidente. In molte donne prevalgono un senso costante di ansia, irritabilità, difficoltà a provare piacere nelle attività quotidiane o una sensazione persistente di essere una "cattiva madre". Possono comparire stanchezza estrema non spiegabile soltanto dalla cura del neonato, disturbi del sonno anche quando il bambino riposa, perdita dell'appetito o, al contrario, alimentazione emotiva, difficoltà di concentrazione e frequenti crisi di pianto. Alcune madri riferiscono di sentirsi emotivamente distaccate dal proprio bambino, mentre altre sperimentano un'eccessiva preoccupazione per la sua salute o il timore costante di non essere all'altezza. Il campanello d'allarme più importante non è la presenza di un singolo sintomo, ma la loro intensità, la persistenza per oltre due settimane e l'impatto sulla vita quotidiana. Quando questi vissuti durano e interferiscono con la quotidianità, non sono un "capriccio" né una colpa: sono sintomi, e come tali vanno accolti e trattati.
A chi rivolgersi, passo dopo passo
Il primo riferimento può essere il medico di base, l'ostetrica o il consultorio, che possono proporre uno screening e orientare verso un supporto psicologico. Parlarne apertamente, anche se costa fatica, è ciò che permette di ricevere un aiuto adeguato. Esistono inoltre servizi territoriali dedicati e, sempre più, la possibilità di un primo colloquio psicologico a bassa soglia, anche in telemedicina.
Il valore della rete intorno alla madre
Infine, un punto che come professionista non mi stanco di ripetere: la madre non va lasciata sola, e il disagio perinatale non è mai solo "suo". Il partner, la famiglia, la rete di sostegno fanno una differenza enorme, e in alcuni casi è utile coinvolgere l'intero nucleo in un percorso condiviso, come quello offerto dalla psicoterapia familiare. Prendersi cura della salute mentale di chi diventa genitore è, a tutti gli effetti, prendersi cura di chi nasce.

La psicologia delle cure primarie nel pre e post parto
Il periodo perinatale è una fase di grande vulnerabilità psicologica, in cui ansia e depressione sono frequenti e troppo spesso taciute. Il PANSM 2025-2030 segna un cambio di passo: screening precoci, percorsi dedicati e una rete di salute mentale più vicina alle persone, in cui la psicologia delle cure primarie e la figura dello psicologo di base hanno un ruolo centrale. Il messaggio di fondo è semplice e importante: chiedere aiuto in gravidanza o dopo il parto non significa essere una madre inadeguata. Significa prendersi cura di sé e del proprio bambino nel modo più consapevole possibile.
La salute mentale è un diritto, anche in questa fase
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Domande frequenti sulla salute mentale perinatale e sul PANSM
Che cos'è il PANSM?
Il PANSM (Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030) è il documento che guida l'organizzazione dei servizi di salute mentale in Italia. Prevede anche interventi dedicati alla salute mentale perinatale, come screening precoci e percorsi di supporto psicologico.
Qual è la differenza tra baby blues e depressione post-partum?
Il baby blues è una condizione temporanea che compare nei primi giorni dopo il parto e tende a risolversi entro due settimane. La depressione post-partum, invece, è più intensa, dura più a lungo, compromette la vita quotidiana e richiede una valutazione psicologica o specialistica.
La depressione può iniziare già durante la gravidanza?
Sì. Molti episodi di depressione perinatale iniziano durante la gravidanza. Per questo il PANSM promuove screening psicologici già dal primo trimestre per favorire una diagnosi precoce.
Qual è il ruolo dello psicologo nelle cure primarie?
Lo psicologo nelle cure primarie offre un primo accesso al supporto psicologico sul territorio, collaborando con medici di base, ostetriche e consultori per individuare precocemente il disagio e facilitare l'accesso alle cure.
A chi rivolgersi se si sospetta una depressione perinatale?
È consigliabile parlarne con il medico di base, l'ostetrica o il consultorio. Questi professionisti possono proporre uno screening, indirizzare verso uno psicologo e avviare il percorso di supporto più adatto.

