Ci sono mattine in cui l’idea di andare al lavoro provoca un’ansia fisica, concreta, che parte dallo stomaco. Non perché il lavoro sia difficile o impegnativo, piuttosto perché si sa già cosa aspettarsi: l’ennesima critica pubblica, l’isolamento dai colleghi, i compiti impossibili assegnati, i messaggi ignorati, la riunione in cui si viene esclusi senza spiegazione. Una pressione che non è stress: è violenza.

Il mobbing sul lavoro è una forma di violenza psicologica sistematica e prolungata che si consuma all’interno dei luoghi di lavoro. Non è un conflitto occasionale, non è un capo esigente, non è una giornata difficile. È un pattern intenzionale e ripetuto nel tempo, con l’obiettivo di destabilizzare, emarginare o spingere fuori una persona dal contesto lavorativo.

A trattare questo tema è la Dott.ssa Robino, psicologa clinica e del lavoro, che lavora con persone che hanno vissuto situazioni di stress cronico, burnout e conflitti lavorativi gravi. Il mobbing rientra tra le esperienze più dannose che un lavoratore possa attraversare: non solo per le conseguenze professionali, ma per l’impatto profondo e duraturo che produce sulla salute mentale, sull’autostima e sull’identità.

Cos’è il mobbing: definizione e criteri clinici

Il termine mobbing deriva dall’inglese “to mob” (assalire, accalcarsi) ed è stato introdotto nella psicologia del lavoro dallo psicologo tedesco-svedese Heinz Leymann negli anni Ottanta, che lo ha definito come una comunicazione ostile e non etica rivolta in modo sistematico da uno o più individui verso un singolo lavoratore, per un periodo prolungato.

Perché si parli di mobbing e non di semplice conflitto o stress, devono essere presenti alcuni criteri fondamentali: la sistematicità (non episodi isolati, ma condotte ricorrenti), la durata (almeno sei mesi secondo i parametri di Leymann), l’intenzionalità percepita o oggettiva di nuocere e l’asimmetria di potere che impedisce alla vittima di difendersi efficacemente.

Mobbing verticale e mobbing orizzontale

  • Mobbing verticale discendente (o bossing): il comportamento ostile viene da un superiore gerarchico. È la forma più comune e quella con le conseguenze più gravi, perché l’asimmetria di potere è massima.
  • Mobbing verticale ascendente: i comportamenti ostili vengono dai subordinati verso un superiore. Meno frequente ma ugualmente dannoso.
  • Mobbing orizzontale: i comportamenti ostili vengono da colleghi dello stesso livello gerarchico. Spesso si manifesta con isolamento sociale, esclusione, diffusione di voci false.
  • Mobbing strategico: pianificato deliberatamente dall’organizzazione per spingere un lavoratore alle dimissioni senza dover procedere con un licenziamento formale.

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Come riconoscere il mobbing: i segnali da non ignorare

Uno degli aspetti più insidiosi del mobbing è che chi lo subisce spesso fatica a riconoscerlo come tale. L’erosione graduale della fiducia in sé stessi — uno degli effetti più sistematici del mobbing — porta la vittima a credere che il problema sia suo: che non sia abbastanza competente, abbastanza resiliente, abbastanza professionale. Dare un nome a ciò che si sta vivendo è il primo atto di protezione.

Le condotte di mobbing più frequenti

  • Critica sistematica e pubblica del lavoro svolto, con standard che cambiano continuamente;
  • Assegnazione di compiti impossibili, degradanti o privi di senso rispetto al ruolo;
  • Esclusione dalle riunioni, dai flussi informativi, dalle decisioni che riguardano il proprio lavoro;
  • Isolamento sociale: colleghi che smettono di parlare, pranzi mai condivisi, messaggi ignorati;
  • Diffusione di voci, maldicenze o informazioni false sulla persona;
  • Controllo ossessivo e micromanagement umiliante, spesso in assenza di errori reali;
  • Rimozione di responsabilità e mansioni senza spiegazione, come forma di svalutazione;
  • Minacce velate o esplicite relative al posto di lavoro;
  • Negazione sistematica di ferie, permessi o richieste legittime.

La differenza tra mobbing e stress lavorativo ordinario

La definizione di Workplace Bullying dice che: Il bullismo sul posto di lavoro è definito come un maltrattamento ripetuto e dannoso per la salute di una o più persone da parte di uno o più autori. Si tratta di una condotta abusiva che include comportamenti minacciosi, umilianti o intimidatori, interferenze o sabotaggi sul lavoro e abusi verbali. A differenza di un conflitto di personalità, il bullismo riguarda il potere e, soprattutto, non è un episodio isolato.

Non ogni difficoltà lavorativa è mobbing. Un capo esigente non è un mobber. Un periodo di alta pressione non è violenza psicologica. Un conflitto con un collega non è mobbing orizzontale. La differenza sta nella sistematicità, nell’intenzionalità e nell’asimmetria: il mobbing è una pressione che non ha l’obiettivo di far lavorare meglio, ma di destabilizzare e isolare.

Le conseguenze del mobbing sulla salute mentale

Il mobbing non è solo un problema lavorativo: è un problema di salute. Le ricerche internazionali documentano in modo consistente un’associazione forte tra esposizione al mobbing e sviluppo di disturbi psicologici e psicosomatici. Chi lo subisce spesso non riconosce questo nesso causale, perché i sintomi si sviluppano gradualmente e, spesso, vengono attribuiti ad “un periodo difficile”.

Effetti psicologici documentati

  • Disturbi d’ansia generalizzata e attacchi di panico, spesso associati all’idea di tornare al lavoro;
  • Depressione maggiore, con perdita di energia, motivazione e piacere anche al di fuori del lavoro;
  • PTSD (Disturbo Post-Traumatico da Stress): flashback, ipervigilanza, evitamento di luoghi e situazioni associati all’ambiente lavorativo;
  • Erosione sistematica dell’autostima e del senso di competenza professionale;
  • Senso di vergogna e di colpa irrazionale (“se mi è capitato è colpa mia”);
  • Difficoltà relazionali fuori dal lavoro, con irritabilità, ritiro e difficoltà a fidarsi.

Effetti psicosomatici

  • Disturbi del sonno persistenti, con insonnia, risvegli notturni, incubi legati al lavoro;
  • Sintomi gastrointestinali psicosomatici, come gastrite, colon irritabile, nausea mattutina;
  • Cefalea tensiva cronica e tensioni muscolari;
  • Abbassamento delle difese immunitarie con maggiore vulnerabilità alle malattie;
  • In alcuni casi, ideazione suicidaria legata al senso di intrappolamento e impotenza.

  Se stai vivendo una situazione simile, non aspettare che i sintomi peggiorino

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Cosa fare se stai subendo mobbing: passi concreti

Riconoscere il mobbing è necessario, ma non è sufficiente. Serve anche sapere cosa fare, concretamente, per tutelarsi. Il percorso non è semplice e richiede forza che, spesso, il mobbing stesso ha eroso. Ecco perché è essenziale non affrontarlo da soli.

1. Documentare tutto

La documentazione è il primo strumento di protezione. Annotare date, orari, luoghi, persone presenti, contenuto esatto delle condotte ostili. Conservare email, messaggi, comunicazioni scritte. Se ci sono testimoni, identificarli. Questa documentazione sarà fondamentale sia per un eventuale percorso legale, sia per il lavoro con un professionista della salute mentale, che aiuti a restituire oggettività a ciò che il mobbing ha reso confuso.

2. Non isolarsi: cercare supporto

Il mobbing tende a isolare la vittima, e l’isolamento amplifica il danno. Parlare con persone di fiducia — familiari, amici, colleghi non coinvolti nelle dinamiche — è essenziale. Mantenere una rete di supporto esterna al contesto lavorativo aiuta a conservare una prospettiva realistica sul proprio valore.

3. Conoscere i propri diritti

In Italia, il mobbing non ha ancora una definizione legislativa unitaria, ma è sanzionato attraverso diverse norme: il D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro include il rischio psicosociale; l’art. 2087 del Codice Civile obbliga il datore di lavoro a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore. Rivolgersi a un consulente legale specializzato in diritto del lavoro può essere molto utile per orientare sulle possibilità concrete di tutela.

4. Rivolgersi a un professionista della salute mentale

Il supporto psicologico non é un’opzione da considerare “se le cose peggiorano”, bensì è parte integrante della risposta al mobbing, fin dalle prime fasi. Uno psicologo del lavoro aiuta a riconoscere il pattern, a valutare se si tratta, ad esempio,  di  bossing silenzioso, a costruire strategie di protezione psicologica e a prendere decisioni difficili con maggiore chiarezza.

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Il mobbing produce danni che non scompaiono con la fine del rapporto lavorativo. Anche quando la situazione si risolve — ad esempio, con un trasferimento, una risoluzione del contratto o con le dimissioni — i segni psicologici rimangono e richiedono un lavoro specifico per essere elaborati. Lo psicologo del lavoro è tra le figure più indicate per accompagnare questo percorso soprattutto quando si vuole superare il burnout in modo efficace.

Nella fase acuta: proteggere la salute mentre si è ancora nel contesto

Quando il mobbing è in corso, il lavoro psicologico si concentra su tre aree fondamentali. La prima, è la valutazione dei sintomi: capire quanto il danno psicologico sia già avanzato e se siano presenti disturbi che richiedono un trattamento specifico. La seconda, è la costruzione di strategie di protezione psicologica, come tecniche per ridurre l’impatto emotivo delle condotte ostili, gestire l’ansia anticipatoria, mantenere una prospettiva sul proprio valore professionale. La terza, è il supporto alle decisioni difficili: restare e tutelarsi? Denunciare? Andarsene? Ognuna di queste scelte ha dei pro e dei contro che vanno valutati con chiarezza.

Dopo il mobbing: elaborare il trauma lavorativo

Molte persone che hanno vissuto un’esperienza di mobbing sviluppano sintomi simili al PTSD (Disturbo post traumatico da stress) anche dopo che la situazione è finita. L’ipervigilanza nel nuovo contesto lavorativo, la difficoltà a fidarsi dei colleghi, il terrore di rivivere le stesse dinamiche: sono reazioni comprensibili che possono essere elaborate. La psicologia del lavoro, integrata con approcci clinici come la CBT (terapia cognitivo comportamentale) o l’EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) per i casi con una componente traumatica, offre strumenti efficaci per questo percorso.

Ricostruire l’identità professionale dopo il mobbing

Uno degli effetti più duraturi del mobbing è la compromissione dell’identità professionale: la persona smette di credere nelle proprie competenze, evita nuovi contesti lavorativi per paura di rivivere le stesse dinamiche, fatica a rimettersi in gioco. Ricostruire questa dimensione allo scopo di recuperare la fiducia nelle proprie capacità, di ridefinire gli obiettivi professionali, di imparare a leggere i nuovi contesti con occhi meno allertati, è parte centrale del percorso di guarigione.

  Il trauma lavorativo può essere elaborato

Nei casi in cui il mobbing ha prodotto sintomi traumatici, uno degli approcci psicoterapeutici con maggiore evidenza scientifica è l’EMDR →

Domande frequenti sul mobbing sul lavoro

Il mobbing è reato in Italia?

In Italia il mobbing non è regolato da una legge specifica, ma può essere tutelato attraverso norme già esistenti, come l’art. 2087 del Codice Civile, il D.Lgs. 81/2008 e, nei casi più gravi, alcune fattispecie del Codice Penale.

Quanto tempo deve durare una situazione per essere considerata mobbing?

Secondo il parametro classico di Leymann, il mobbing dura almeno sei mesi e si manifesta con condotte ostili ricorrenti. Tuttavia, anche situazioni più brevi ma intense possono causare danni da stress lavoro-correlato.

Come faccio a distinguere un capo esigente da un mobber?

Un capo esigente dà feedback coerenti e orientati al miglioramento. Un mobber, invece, svaluta sistematicamente una persona, cambia gli standard, non riconosce i risultati e usa il potere per isolarla o destabilizzarla.

Posso fare qualcosa se il mobbing viene dai colleghi e non dal capo?

Sì. Il mobbing tra colleghi, detto mobbing orizzontale, può essere segnalato a risorse umane, responsabili della sicurezza o rappresentanti sindacali. Il datore di lavoro ha il dovere di intervenire se conosce la situazione.

Devo aspettare di stare molto male prima di rivolgermi a uno psicologo?

No. Rivolgersi presto a uno psicologo del lavoro aiuta a riconoscere il mobbing, proteggere la salute mentale e prevenire conseguenze più gravi come ansia, depressione, burnout o sintomi traumatici.

Posso riprendere a lavorare normalmente dopo aver subito mobbing?

Sì. Con il giusto supporto psicologico, molte persone riescono a recuperare fiducia, benessere e capacità lavorativa dopo il mobbing, ricostruendo gradualmente la propria identità professionale.

Ti senti isolato, sotto pressione o continuamente messo in discussione al lavoro?

Un supporto psicologico specializzato può aiutarti a comprendere ciò che stai vivendo e a ritrovare equilibrio, anche con percorsi online o in presenza.

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