Quando si parla di pet therapy nei pazienti psichiatrici è importante distinguere subito tra la semplice presenza di un animale e un intervento terapeutico strutturato. Gli studi citati nel documento riguardano programmi di Interventi Assistiti con Animali (IAA) inseriti in percorsi di cura per persone con schizofrenia e altri disturbi psichiatrici gravi, spesso in reparti ospedalieri o strutture residenziali. Sono interventi programmati, condotti da professionisti e valutati con strumenti clinici, non attività ricreative improvvisate.
Si parla per la prima volta dell’animale come supporto per superare momenti di forte stress con Ippocrate (460-360 a.C.). Questa idea venne ripresa nel 1676 da Sydenham e dai primi del ‘700 cominciano a esserci osservazioni più frequenti dei benefici portati dagli animali, siano essi imponenti come i cavalli o piccoli come i pulcini. Queste osservazioni portarono ai primi animali negli ospedali alla fine dello stesso secolo.
Negli ultimi anni diverse ricerche controllate hanno osservato risultati incoraggianti su tutti i tipi di pazienti, ma in particolare su neurodivergenze e psicopatologie importanti. Dove il professionista deve lavorare molto faticosamente per ottenere un aggancio l’animale attua un aiuto incredibile, migliorando sia il percepito del paziente che riesce a rilassarsi e a costruire un legame con il terapeuta che il lavoro del terapeuta, che grazie al mediatore peloso riesce ad accompagnare il paziente in un percorso più facilmente. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Psychiatric Research e alcuni trial randomizzati hanno rilevato miglioramenti in aree come l'appiattimento emotivo, l'anedonia e la partecipazione alla vita relazionale. Le evidenze, però, non autorizzano a considerare l'IAA una sostituzione dei trattamenti standard: il suo ruolo resta complementare.
È proprio questo il punto su cui vale la pena concentrarsi. La dott.ssa Beltrame ci ricorda che la pet therapy in psichiatria non viene studiata come alternativa ai farmaci o alla psicoterapia, ma come possibile strumento aggiuntivo in contesti dove il ritiro sociale, la scarsa motivazione e la difficoltà di entrare in relazione possono rendere più complesso il lavoro terapeutico.
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Perché la schizofrenia è un ambito di studio specifico per l'IAA
La schizofrenia comprende tra i suoi sintomi appiattimento emotivo, anedonia e ritiro sociale. Questi sintomi possono incidere in modo profondo sulla vita quotidiana e spesso rendono il paziente meno reattivo ai trattamenti farmacologici e pazienti molto faticosi con cui lavorare in terapia. È su questa area che gli interventi assistiti con animali hanno attirato particolare attenzione portando a una qualità di vita migliore in cui la percezione della vita del paziente migliora e di conseguenza la sua sensibilità agli altri e la sua voglia di interazione con il mondo e con altre persone.
In questo quadro, l'IAA interessa perché propone una forma di relazione diversa da quella esclusivamente verbale. Non richiede che il paziente sappia raccontare con precisione ciò che prova né che riesca fin dall'inizio a sostenere uno scambio sociale complesso. La presenza dell'animale può diventare un punto di contatto più semplice, da integrare nel percorso clinico complessivo.
Cosa mostrano gli studi controllati
Uno studio randomizzato su pazienti anziani con schizofrenia cronica
Un trial randomizzato controllato condotto in ospedale su pazienti con più di 40 anni e schizofrenia cronica ha previsto dodici settimane di intervento, con una sessione settimanale di un'ora insieme a un cane, alla presenza di un terapeuta e del coadiutore dell'animale. Rispetto al gruppo di controllo, impegnato nello stesso periodo in un'attività di pari durata non legata agli animali, il gruppo che ha sperimentato l’IAA ha mostrato una riduzione maggiore dei sintomi psichiatrici e dei livelli di stress.
Un programma per la doppia diagnosi schizofrenia e dipendenza
Un altro studio ha coinvolto 36 persone in trattamento residenziale con disturbi dello spettro schizofrenico associati a un disturbo da uso di sostanze. Il confronto con il gruppo di controllo ha indicato effetti positivi sulla remissione dei sintomi, sulla qualità di vita percepita e sull'aderenza al percorso di cura. Quest'ultimo aspetto è particolarmente rilevante perché, nella popolazione considerata, l'abbandono dei trattamenti rappresenta un problema frequente.
Effetti sull'interazione sociale durante l'isolamento pandemico
Durante la pandemia di Covid-19, uno studio realizzato in sei strutture di riabilitazione psichiatrica ha valutato l’IAA in una fase in cui l'isolamento sociale dei pazienti residenziali era ulteriormente aumentato. I partecipanti al programma hanno mostrato miglioramenti misurabili nell'empatia, nel funzionamento sociale e nella qualità di vita percepita rispetto a chi non aveva accesso all'intervento.
Perché può funzionare: le ipotesi dietro i risultati
Uno dei meccanismi citati riguarda l'ossitocina, ormone coinvolto nei legami sociali che aumenta durante l'interazione con un animale e che potrebbe contribuire ad attenuare le emozioni negative e a favorire il funzionamento sociale. Ma, dal punto di vista clinico, è interessante soprattutto la qualità della relazione che può formarsi durante la sessione. Il legame con l'animale si costruisce anche attraverso vicinanza, sguardo e contatto fisico, senza richiedere le stesse abilità verbali necessarie nelle interazioni tra persone. Questo richiama ciò che osserviamo anche nel rapporto quotidiano tra esseri umani e animali, dove cani e gatti cercano la vicinanza delle persone attraverso forme di relazione che non dipendono esclusivamente dal linguaggio.
Per una persona con marcato appiattimento emotivo o con difficoltà nell'interazione sociale, questa modalità può rendere più accessibile il contatto. Non significa che l'animale 'curi' il disturbo, ma che la relazione può diventare uno spazio terapeutico più semplice da abitare e, in alcuni casi, un ponte verso altre forme di partecipazione e scambio. Gli animali ci permettono di accedere con più facilità alle emozioni, a volte non è importante parlare di ciò che proviamo, prima ancora è importante riuscire a sbloccare quelle emozioni che sono sotto un tappeto che le rende inaccessibili.
Come sono strutturati questi programmi in pratica
Nei lavori citati, l'IAA segue protocolli precisi. Le sessioni hanno una cadenza stabilita, spesso settimanale, e vengono condotte da un terapeuta insieme a un coadiutore dell'animale formato per questo tipo di attività. Gli obiettivi vengono definiti prima dell'intervento e i progressi vengono monitorati attraverso scale validate per i sintomi psichiatrici, lo stress e il funzionamento sociale. Il terapeuta dovrà anche valutare quale animale è più adatto alla terapia della persona che ha davanti: coniglio, gatto, cane, asino e cavallo; ognuno di questi animali ha delle caratteristiche fisiche, biologiche e caratteriali (anche del singolo animale) che permettono di approfondire fragilità specifiche del paziente.
Questa struttura distingue la terapia assistita con animali da una semplice visita o da un momento ricreativo. L'animale fa parte di un intervento progettato all'interno di un percorso di cura più ampio, con criteri di selezione sia per i pazienti sia per l'animale coinvolto.
Un punto decisivo riguarda infatti il benessere dell'animale. Nei contesti psichiatrici più complessi l’animale deve essere selezionato e monitorato con attenzione. Saper riconoscere i segnali di un animale sereno e quelli di stress non è un dettaglio marginale: quando è in difficoltà non può svolgere adeguatamente il proprio ruolo e il suo disagio può essere percepito anche dal paziente. La tutela dell'animale è quindi parte integrante della qualità del programma.
I limiti da conoscere
C'è un limite che non va trasformato in una nota a margine: in questi studi la pet therapy è sempre un intervento aggiuntivo. Farmaci antipsicotici, psicoterapia e riabilitazione psicosociale restano i pilastri della cura. L'IAA può affiancarli soprattutto nelle aree in cui il ritiro sociale, l'anedonia e il funzionamento quotidiano continuano a rappresentare difficoltà importanti.
Non è inoltre un intervento adatto a tutti. I protocolli di ricerca escludono generalmente le persone con allergie agli animali o con precedenti esperienze traumatiche legate ad animali. Anche in questo caso la scelta richiede quindi una valutazione individuale, inserita nel progetto terapeutico complessivo.

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Domande frequenti sulla pet therapy nei pazienti psichiatrici
La pet therapy può sostituire i farmaci nella cura della schizofrenia?
No. La pet therapy è un intervento complementare e non sostituisce i trattamenti standard per la schizofrenia. I farmaci antipsicotici, la psicoterapia e la riabilitazione psicosociale restano elementi centrali del percorso di cura.
Su quali sintomi della schizofrenia sembra agire maggiormente?
Le evidenze descritte indicano possibili benefici soprattutto sui sintomi negativi, come appiattimento emotivo e anedonia, e sul funzionamento sociale e sulla qualità di vita percepita. Gli effetti sui sintomi positivi sono meno centrali negli studi citati.
Come si svolgono le sessioni di terapia assistita con animali in ambito psichiatrico?
Le sessioni seguono un protocollo prestabilito, con incontri regolari condotti da un terapeuta e da un coadiutore dell'animale formato. Gli obiettivi vengono definiti in anticipo e i progressi sono monitorati con strumenti di valutazione clinica.
La pet therapy è indicata per tutti i pazienti psichiatrici?
No. L'idoneità va valutata caso per caso all'interno del percorso terapeutico. Nei protocolli di ricerca vengono generalmente escluse le persone con allergie agli animali o con precedenti esperienze traumatiche legate agli animali.
Perché il benessere dell'animale è parte della terapia?
Il benessere dell'animale è essenziale perché un animale stressato può non riuscire a svolgere adeguatamente il proprio ruolo e il suo disagio può influire sull'interazione con il paziente. Per questo selezione, formazione e monitoraggio dell'animale fanno parte del programma.
Le prove di efficacia della pet therapy sono solide quanto quelle dei farmaci?
Non ancora. Gli studi disponibili sono promettenti, ma spesso coinvolgono campioni ridotti. Sono necessari studi controllati più ampi prima di poter considerare le prove di efficacia della terapia assistita con animali definitive e paragonabili a quelle dei trattamenti standard.

