- Il capro espiatorio come meccanismo relazionale
- Il capro espiatorio nella coppia
- Il capro espiatorio nella famiglia
- Il capro espiatorio nella scuola e nel lavoro
- Dinamiche di gruppo, bullismo e mobbing
- Il capro espiatorio nella società
- Uscire dal ruolo di capro espiatorio
- Supporto professionale e percorsi di terapia
- Quando qualcosa non va, la mente cerca un responsabile
- Domande frequenti sul ruolo del capro espiatorio nelle relazioni
- Riconoscere il capro espiatorio significa smettere di cercare un nemico e iniziare a capire cosa non funziona davvero nei legami.
In ogni gruppo umano, che si tratti di una coppia, di una famiglia o di una società intera, esiste una dinamica antica e ricorrente: quella del capro espiatorio. Un meccanismo attraverso cui una collettività scarica su un singolo individuo la tensione, il conflitto o la colpa che non riesce a elaborare al proprio interno. Un fenomeno che, se osservato in chiave psicologica e sistemico-relazionale, rivela quanto l’essere umano tenda a mantenere l’equilibrio relazionale anche a costo di sacrificare uno dei suoi membri.
Vediamo, insieme alla dott.ssa Rinaldi, chi è un capro espiatorio e che ruolo ha sia a livello familiare che anche sociale.
Il capro espiatorio come meccanismo relazionale
La funzione principale del capro espiatorio — in qualunque contesto — è quella di contenere e dare forma all’angoscia collettiva. Quando un gruppo non riesce a gestire la complessità delle proprie emozioni, delega a un individuo il compito di incarnarle. Questo processo serve a ridurre l’ansia sistemica, cioè quella tensione diffusa che minaccia la coesione del gruppo. Il capro espiatorio diventa, quindi, un ammortizzatore emotivo: assorbe i conflitti, li rappresenta, li “porta” nel corpo o nel comportamento. Il sistema lo “sacrifica” psicologicamente, escludendolo o colpevolizzandolo, ma, in cambio, mantiene la propria apparente armonia. È un meccanismo che, paradossalmente, serve alla sopravvivenza del gruppo.
Definizione psicologica e origini del meccanismo
Il termine “capro espiatorio” affonda le sue radici in un rituale biblico: durante la festa dell’espiazione, veniva scelto un capro sul quale si “caricavano” simbolicamente le colpe dell’intera comunità, per poi scacciarlo nel deserto. Il gesto aveva una funzione purificatrice e catartica: serviva a liberare il gruppo dal male collettivo, espellendolo all’esterno.
Perché nasce lo scarico di colpa in un gruppo
Nella psicologia relazionale, questo archetipo prende forma ogni volta che un individuo viene inconsciamente eletto a portatore del disagio collettivo. René Girard ha sviluppato la teoria più completa sul capro espiatorio come meccanismo fondante delle società umane, individuandola nella persona che “sta male”, che “crea problemi”, che “non si adatta”.
Quello che Pirandello definiva “iettatore” nel suo dramma che si intitola “La patente”, attraverso di lui o lei, il gruppo trova una sorta di stabilità illusoria: invece di affrontare le proprie tensioni, le proietta su un unico bersaglio.
Il capro espiatorio diventa così il contenitore emotivo del dolore collettivo.
Il capro espiatorio nella coppia
Nella psicologia delle relazioni, diversi studiosi hanno provato a descrivere le tappe fondamentali che caratterizzano la vita di coppia. Una delle teorie più interessanti è quella che individua le sei fasi principali in una coppia dalle quali dipende la possibilità che una relazione diventi solida, duratura e profondamente trasformativa.
Questa prospettiva è stata elaborata da John Gottman, psicologo e ricercatore statunitense esperto di dinamiche di coppia, il quale individua i quattro cavalieri dell’apocalisse relazionale (critica, disprezzo, ostruzionismo, atteggiamento difensivo), integrata poi da altri autori e scuole di pensiero.
In una di queste sei fasi, ovvero quella frustrante, si evidenziano dinamiche colpevolizzanti: può accadere che uno dei due membri diventi — più o meno inconsciamente — il “portatore di un problema”.
È la persona che “ha qualcosa che non va”, quella che “rovina tutto”, “non si impegna abbastanza” o “non cambia mai”.
Il partner “colpevole” diventa lo specchio dove l’altro proietta parti di sé che non riesce a riconoscere: la rabbia, la paura, l’impotenza, la fragilità.
Segnali ricorrenti di colpevolizzazione del partner
Il/la partner che ricopre il ruolo di capro espiatorio viene criticato, giudicato, ridicolizzato spesso anche in presenza di terzi (familiari, amici, conoscenti), rendendo tale dinamica ancora più invasiva. Il capro espiatorio nella coppia diventa colui che sbaglia sempre, che non riesce, a detta dell’altro, a “combinare nulla di buono”. Alla lunga questo meccanismo può diventare una profezia che si autoavvera.
Effetti su autostima, intimità e sicurezza emotiva
Essere designati come capro espiatorio in una coppia lascia segni profondi.
Chi porta su di sé il peso della colpa sviluppa spesso un senso cronico di inadeguatezza, di vergogna o di isolamento.
Può interiorizzare l’idea di essere sbagliato, di meritare il rifiuto o di essere la causa del dolore altrui. Nel lungo termine, questo può generare disturbi d’ansia, depressione, somatizzazioni o difficoltà relazionali.
Strumenti per interrompere il ciclo nella relazione
Per interrompere questo meccanismo è importante che ognuno, nella coppia, torni a sé, sposti lo sguardo sui propri comportamenti, atteggiamenti e non solo su quelli altrui. Guardare a se stessi è spesso difficile, ma può diventare occasione per prendersi cura delle proprie ferite, frustrazioni, delusioni che si stanno proiettando sull’altro.
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Il capro espiatorio nella famiglia
In psicologia sistemica viene data molta attenzione al ruolo del capro espiatorio in famiglia: in alcuni nuclei, a turno verrebbe scelto un membro del gruppo da colpevolizzare, attaccare, giudicare. Questo meccanismo potrebbe essere usato per distrarre l’intera famiglia dai reali problemi presenti (ad esempio mancanza di comunicazione, traumi passati, difficoltà ad entrare in contatto empatico con l’altro, incapacità di accogliere le proprie emozioni).
In altri casi sono i figli a prendersela con i genitori e le generazioni più agé, definite come incapaci di essere un autentico punto di riferimento per i più giovani.
Il figlio come capro espiatorio e i ruoli familiari rigidi
Ci sono famiglie in cui l’amore e la sofferenza si confondono, dove la comunicazione non serve a capirsi, ma a controllarsi. In questi contesti, spesso inconsapevoli, il figlio può diventare il bersaglio o lo strumento di un conflitto che non gli appartiene. È ciò che Selvini Palazzoli e il gruppo di Milano chiamarono “i giochi psicotici della famiglia”: una dinamica circolare in cui il sintomo del figlio serve a mantenere l’equilibrio della coppia coniugale.
Triangolazioni, proiezioni e lealtà invisibili
Tutto inizia con un blocco nella relazione di coppia. Così il figlio viene trascinato nelle dinamiche coniugali.
Il suo coinvolgimento può essere più o meno esplicito: a volte un genitore si confida con lui e lo usa come alleato (“tu mi capisci, tuo padre no”), altre volte il figlio stesso — percependo la tensione — si inserisce per cercare di aiutare o riportare la pace. Ricordiamoci che il figlio (adulto o minore che sia) non deve mai essere il contenitore emotivo del genitore.
È qui che nasce la triangolazione: il figlio diventa il terzo vertice di una coppia in stallo, l’elemento che tiene insieme ciò che rischierebbe di rompersi.
Riparare con alleanze sane, confini e linguaggio
Per uscire da dinamiche di triangolazioni è necessario che si creino alleanze sane, ovvero quelle tra pari: i componenti della coppia coniugale alleati tra loro ed il figlio con eventuali fratelli o sorelle. La sofferenza relazionale nasce quasi sempre da disordini di ruolo: genitori alleati con figli, figli che ricoprono il ruolo di genitori. È solo mettendo ordine e ricoprendo, ognuno, il proprio ruolo che possiamo ritrovare un equilibrio sistemico e familiare.
Il capro espiatorio nella scuola e nel lavoro
Nei luoghi scolastici o di lavoro è possibile assistere a dinamiche disfunzionali che assomigliano ai contesti familiari. Spesso si ironizza sul fatto che in alcuni posti lavorativi si dica “qui siamo una grande famiglia”, come a significare che realmente nel lavoro è possibile assistere alle medesime dinamiche.
A volte gli ambienti lavorativi possono essere così frustranti che il gruppo può, inconsciamente o meno, aver bisogno di qualcuno con cui prendersela. Ed invece di lottare per cambiare il sistema, si sceglie la via più facile: prendersela con qualcuno accanto a sé che diventa appunto il “capro espiatorio” che magari è la persona più giovane, oppure l’ultimo arrivato o anche quella più riservata, e quindi ce la si prende con qualcuno che si reputa più debole perché non ce la si può prendere con il sistema intero.
Dinamiche di gruppo, bullismo e mobbing
Ci sono persone che hanno vissuto in ambienti così caotici o tesi che stare in ambienti tranquilli e pacifici li angoscia e quindi hanno bisogno di trovare un problema da risolvere una persona da considerare nemica e quindi da combattere. Perché si scambia il silenzio, la serenità come qualcosa di non detto, di irrisolto, di mascherato, di ambiguo, ma delle volte la pace non nasconde qualcosa di pericoloso, è autentica pace. Ed in questa cornice, il bullismo così come il mobbing spesso si configurano come manifestazioni di un disagio personale più profondo proprio di chi lo attua.
Bias di gruppo, conformismo e silenzio complice
Spesso anche il bisogno di appartenenza contribuisce a creare dinamiche di prevaricazione, unite ad un silenzio complice che consolida il ruolo del capro espiatorio.
In queste dinamiche si attivano bias cognitivi come:
- Effetto gregge: seguire la maggioranza anche quando sbaglia.
- Bias di conferma: cercare solo prove che giustificano l’esclusione.
- Dissonanza cognitiva: tacere pur di non ammettere ingiustizie.
Interventi pratici per docenti, leader e HR
Educatori, dirigenti e responsabili HR possono svolgere un ruolo cruciale nel prevenire o correggere queste dinamiche: promuovere culture del feedback e della trasparenza; introdurre spazi di mediazione, ascolto attivo, supervisione; formare alla gestione dei conflitti senza individuare un “colpevole”; sviluppare competenze di empatia organizzativa e intelligenza emotiva.
Il capro espiatorio nella società
A livello sociale, il meccanismo del capro espiatorio si manifesta quando categorie di persone (migranti, minoranze, poveri, ecc.) vengono considerate la causa di problemi complessi come crisi economiche o insicurezza. È un tentativo più o meno consapevole di spostare lo sguardo sull’altro per non occuparsi delle reali cause dei problemi collettivi.
Nel mondo digitale, la logica del capro espiatorio si amplifica: i social alimentano l’indignazione e la ricerca immediata di un responsabile.
Dalla cultura della colpa alla cultura della responsabilità
Superare questa dinamica significa passare da una mentalità di accusa a una di responsabilità condivisa. Invece di chiedersi “di chi è la colpa?”, chiedersi: “Cosa possiamo fare, insieme, per cambiare questa situazione?”. Educare alla responsabilità collettiva, all’ascolto e alla complessità è l’unico modo per spezzare il ciclo del capro espiatorio.
Uscire dal ruolo di capro espiatorio
Per uscire dal ruolo di capro espiatorio è importante riconoscere i segnali di questo meccanismo: spesso le accuse che si ricevono sono infondate, non basate su elementi reali, su fatti concreti, ma animati da sentimenti e impulsi.
L’esame di realtà è il primo passo per rimanere lucidi e centrati e ristabilire confini sani tra sé e l’altro.
Il bisogno di trovare un colpevole nasce dal bisogno di dare senso al dolore e alla confusione. Ma la vita non è sempre una storia con buoni e cattivi. A volte è un intreccio di vulnerabilità, scelte, errori e paure. Quando smettiamo di cercare un colpevole, iniziamo davvero a comprendere.
Supporto professionale e percorsi di terapia
Dal punto di vista terapeutico e relazionale, il lavoro sul capro espiatorio consiste nel restituire al sistema ciò che è suo.
Il terapeuta aiuta la persona a distinguere tra le proprie responsabilità e quelle proiettate dall’ambiente e, parallelamente, aiuta il sistema (coppia, famiglia, gruppo) a riconoscere il proprio contributo nel mantenere quella dinamica, aprendo spazi di comunicazione più autentici e meno colpevolizzanti.
Il passaggio fondamentale in terapia è trasformare la colpa in consapevolezza: smettere di cercare un colpevole e iniziare a comprendere la funzione del sintomo.
In questo senso, il capro espiatorio è anche una figura simbolica di rivelazione: attraverso il suo dolore, mostra ciò che il sistema non vuole vedere.
Quando qualcosa non va, la mente cerca un responsabile
Abbiamo sempre bisogno di trovare un capro espiatorio. Un colpevole. Un cattivo. Quando qualcosa non va, la mente cerca un responsabile. Così sente di riprendere il controllo. Dare la colpa a qualcuno ci fa sentire momentaneamente sollevati, ma ci allontana dalla comprensione reale di ciò che accade. A volte il “cattivo” non esiste. Esistono solo limiti umani, paure, bisogni non riconosciuti. Crescere significa imparare a restare nella complessità.
Senza bisogno di un nemico per sentirci al sicuro. Significa anche prendersi cura delle proprie ferite: se non lo si fa, si rischia di proiettarle sugli altri. E di spostare la guerra che sentiamo dentro di noi al di fuori.
Sei stanco/a di sentirti sempre il “colpevole” della vostra relazione? Scopri come interrompere il ciclo della colpevolizzazione con un percorso di terapia familiare
Bibliografia
- Perfetti o felici – Stefania Andreoli
- I giochi psicotici della famiglia – Selvini Palazzoli
- Il fenomeno del mobbing e danno alla persona – Giulia Rinaldi
Domande frequenti sul ruolo del capro espiatorio nelle relazioni
Cos’è esattamente il capro espiatorio in psicologia?
In psicologia relazionale il capro espiatorio è la persona o il gruppo su cui vengono concentrate colpe, tensioni e conflitti che appartengono in realtà all’intero sistema: coppia, famiglia, ambiente di lavoro o società. Non è la causa del problema, ma il luogo dove il problema viene depositato. Comprendere questo meccanismo è il primo passo per smettere di colpevolizzarsi e iniziare a leggere la situazione in chiave relazionale.
Perché una famiglia sceglie (consciamente o meno) un figlio come capro espiatorio?
Quando in una famiglia ci sono conflitti di coppia irrisolti, traumi non elaborati o difficoltà a comunicare, può accadere che un figlio venga eletto a portatore del problema. Il suo comportamento o malessere diventa il centro dell’attenzione, distogliendo lo sguardo dai nodi familiari più profondi. Non è una scelta consapevole, ma un modo disfunzionale con cui il sistema tenta di mantenere equilibrio. Il lavoro terapeutico aiuta a restituire alla coppia e alla famiglia la responsabilità che è stata attribuita al figlio.
Come posso capire se sono il capro espiatorio nella mia coppia?
Potresti essere visto come capro espiatorio nella coppia se ti senti spesso quello che sbaglia, se le critiche sono frequenti e sproporzionate, se vieni ridicolizzato anche davanti ad altri. Un segnale tipico è quando il partner ti attribuisce la responsabilità della sua infelicità o dei problemi della relazione. Questo può logorare l’autostima e generare dubbi continui su di te. Confrontarsi con un professionista può aiutarti a distinguere le tue reali responsabilità dalle proiezioni dell’altro.
Il capro espiatorio è sempre e solo una vittima?
Chi viene trattato come capro espiatorio subisce molta sofferenza, ma dal punto di vista sistemico quella persona svolge anche una funzione: fa emergere il disagio del gruppo e mantiene un equilibrio che altrimenti crollerebbe. Comprendere questa doppia dimensione non giustifica la dinamica, ma permette un cambiamento più profondo, oltre la logica “colpevole/innocente”.
Posso uscire dal ruolo di capro espiatorio senza interrompere la relazione o i rapporti familiari?
In molti casi sì: uscire dal ruolo non significa necessariamente tagliare i ponti, ma cambiare il modo in cui stai dentro al sistema. Mettere confini, nominare ciò che accade e rifiutare etichette ingiuste può già trasformare la dinamica. Un percorso terapeutico sistemico-relazionale aiuta a redistribuire le responsabilità tra i membri della famiglia o della coppia. A volte il sistema cambia, altre volte no: anche questa consapevolezza è parte della cura.
Il bullismo a scuola e il mobbing sul lavoro sono forme di capro espiatorio?
Spesso sì. Il gruppo concentrata su una persona la frustrazione o il disagio che non riesce a gestire altrimenti. Bullismo e mobbing funzionano come meccanismi di esclusione e colpevolizzazione, in cui l’individuo diventa il “bersaglio” che permette al sistema di non affrontare problemi più profondi. Intervenire significa lavorare non solo sulla vittima, ma sull’intero contesto.
Perché sui social network il meccanismo del capro espiatorio è così frequente?
I social amplificano la ricerca rapida del colpevole: indignazione collettiva, effetto gregge e velocità di diffusione facilitano dinamiche in cui una persona viene esposta al giudizio pubblico. È una versione digitale del capro espiatorio: la complessità viene semplificata e si identifica un responsabile immediato. Coltivare consapevolezza prima di unirsi al coro è già un atto di responsabilità.
Esistono persone più a rischio di diventare capri espiatori?
Sì. Persone molto empatiche, sensibili, inclini a prendersi carico degli altri, oppure percepite come diverse dal gruppo, più giovani, nuovi arrivati o con difficoltà a difendersi, possono essere più facilmente scelte dal sistema. Questo non significa che il ruolo sia “colpa loro”, ma che alcuni tratti rendono più vulnerabili alla dinamica. Lavorare su confini, autostima e diritto a non assumere responsabilità che non appartengono a sé è parte del percorso terapeutico.
Se sono il capro espiatorio della mia famiglia, la terapia individuale basta?
La terapia individuale può aiutare molto a uscire dall'identificazione con il ruolo di “problema” e a rafforzare le proprie risorse. Tuttavia, quando la dinamica è profondamente intrecciata con la storia dell'intero sistema familiare, il cambiamento più stabile avviene coinvolgendo la famiglia o la coppia in un percorso terapeutico. L’ideale è un lavoro combinato: sostegno alla persona e intervento sul sistema.
































