Il dolore degli altri può diventare il nostro, non perché siamo deboli, ma perché siamo umani. Perché l’empatia, quella qualità che ci rende capaci di stare accanto a chi soffre, è anche una porta attraverso cui il trauma può entrare.

Si chiama trauma vicario, e chi si prende cura degli altri lo conosce bene, anche se spesso non ha un nome per chiamarlo. Se ti sei mai sentito svuotato dopo aver ascoltato la storia di qualcuno, se porti a casa il peso di ciò che hai visto o sentito, se a volte ti chiedi se sei “troppo sensibile” — questo articolo è per te.

L’empatia ci permette di avvicinarci alle emozioni degli altri e di capirle, grazie a questa qualità è facile comprendere il dolore degli altri e anche capire di cosa hanno bisogno per prendersene cura. Quando l’empatia però è così radicata in noi da non fermarsi alla cura e all’ascolto, ma ci fa assorbire il dolore degli altri e ci portiamo a casa un peso non nostro, ma talmente radicato da sembrarlo, forse stiamo parlando di trauma vicario.

Il nostro team di psicologi di base ci spiega come facciamo a riconoscerlo.

Cos’è il trauma vicario: quando assorbiamo il dolore degli altri

Non l’hai vissuto tu. Non eri lì quando è successo. Eppure le immagini ti tornano in mente. Le storie che hai ascoltato ti seguono a casa. Il dolore che hai accolto si è fatto spazio dentro di te. Il trauma vicario è questo: le conseguenze psicologiche dell’esposizione ripetuta al trauma degli altri. Non è il tuo trauma, ma ne porti le tracce.

Ci sono dei lavori che ti portano inevitabilmente a toccare con mano delle realtà che scuotono profondamente, se si è molto empatici ancora di più. Quando si viene esposti quotidianamente a situazioni negative vissute da altri e riportate a te si cominciano ad effettuare dei cambiamenti nella concezione del mondo come conseguenza psicologica all’esposizione ripetuta ai traumi degli altri. Può chiamarsi traumatizzazione secondaria oltre che vicaria, perché deriva dall’esposizione a traumi di altre persone. Non è diretta, ma l’esposizione ripetuta ai traumi degli altri può dare vita essa stessa a un trauma nella persona.

Ecco che il mondo sembra meno sicuro e le persone meno affidabili perché il dolore e le esperienze che hai visto ti hanno segnato interiormente. Non è una diagnosi ufficiale, ma è un’esperienza riconosciuta da vari professionisti in vari ambiti: identifica una risposta normale a un’esposizione ripetuta nel tempo a situazioni non normali.

Trauma vicario e burnout: le differenze che contano

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“Sarà solo stanchezza.” “Devo solo staccare un po’.” Spesso confondiamo il trauma vicario con il burnout e questa confusione può impedirci di capire cosa ci sta succedendo davvero. Sono esperienze diverse, anche se a volte viaggiano insieme. E distinguerle non è un esercizio accademico: è il primo passo per trovare la risposta giusta.

Capiamo meglio qual è la differenza tra burnout e trauma vicario.

Il burnout emotivo è un esaurimento mentale che si raggiunge per il sovraccarico lavorativo e la mancanza dei tempi di recupero necessari. Il trauma vicario è una conseguenza all’esposizione continuativa al contenuto traumatico. Sono due cose differenti, possono presentarsi in concomitanza ma anche singolarmente. Quando si presenta una combinazione tra il trauma vicario ed il burnout si può parlare di compassione fatigue, detta anche fatica da compassione.

Chi è a rischio di trauma vicario

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Il trauma vicario non colpisce a caso. Colpisce chi ascolta, chi accoglie, chi si prende cura. C’è un filo comune che unisce lo psicologo che accompagna pazienti traumatizzati, l’infermiera che assiste in pronto soccorso, la figlia che accudisce un genitore malato, l’amico che è sempre il “punto di riferimento” per tutti. Quel filo si chiama empatia. E l’empatia, la stessa qualità che ti rende capace di stare accanto agli altri, è anche ciò che ti espone.

La predisposizione all’empatia solitamente porta anche a un certo tipo di scelte di vita nel lavoro o nel ruolo familiare: a livello lavorativo si sceglie di essere professionisti che lavorano nella cura, come possono essere psicologi o infermieri; a livello familiare le persone fortemente empatiche spesso diventano punti di riferimento emotivi, per esempio una figlia caregiver. Le persone che ricoprono questi ruoli nella vita di tutti i giorni e diventano dei punti di riferimento forti per le persone che li circondano, diventano dei parafulmini per le emozioni degli altri, ma non è facile avere un punto di scarico, soprattutto se non si è formati e non si sa a cosa si va incontro accogliendo tutta l’emotività degli altri. È così che aumenta il rischio di trauma vicario: l’esposizione continua perché la persona è capace di accogliere ed empatizzare.

Professionisti della cura: psicologi, medici, soccorritori

Hai scelto un lavoro che ti mette di fronte al dolore degli altri ogni giorno. Sai che fa parte del mestiere. Ma nessuno ti ha preparato davvero a portare quel peso, o forse ti hanno detto che un bravo professionista “non si lascia toccare”.

Come sopra citato ci sono delle categorie professionali particolarmente portate a venire a contatto con i traumi di terzi: le professioni sanitarie (psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, operatori sanitari), chi lavora nel sociale (assistenti sociali ed educatori), chi lavora nelle forze dell’ordine, chi lavora nel soccorso tecnico e urgente (vigili del fuoco) e chi si fa carico di riportare notizie di catastrofi naturali e artificiali (giornalisti). Se fai parte di una di queste categorie e non riesci a rispettare la regola del “non farsi toccare” è più che normale, non sempre si è preparati a quello che il lavoro implica, ma si può imparare a riconoscere il proprio limite e a fermarsi prima del burnout o del trauma vicario.

La fatica che queste professioni devono affrontare nella quotidianità è riconosciuta  e per questo sono stati pensati degli strumenti che possano supportarli:

  • Formazione
  • Supervisione
  • Colleghi visti come risorsa

Quando i confini tra professionale e personale si assottigliano, come nello smart working, il rischio di esaurimento aumenta. Per esplorare strategie pratiche su come proteggere i propri confini è bene sapere come lavorare da casa senza esaurirsi

Caregiver, familiari e persone altamente empatiche

Non hai un camice. Non hai una laurea in psicologia. Ma ti prendi cura di qualcuno — un genitore malato, un figlio con bisogni speciali, un partner che porta le sue ferite. Oppure sei semplicemente la persona a cui tutti raccontano tutto, quella che “assorbe” le emozioni degli altri. Il trauma vicario non riguarda solo i professionisti. Riguarda anche te. E forse nessuno te l’ha mai detto.

Spesso le persone che arrivano al trauma vicario non sanno nemmeno dell’esistenza di tale definizione oppure pensano che solo i professionisti visceralmente legati alla cura dell’altro siano a rischio. Questa è una falsa credenza: l’empatia molto sviluppata ci rende dei punti di riferimento per le persone che ci stanno intorno, perché siamo facilmente accessibili emotivamente. Ecco che è più facile che ci prendiamo cura di genitori anziani, di figli malati, di partner traumatizzati, di amici in fatica; diventiamo dei caregiver sotto tutti gli aspetti. Ma il trauma vicario può non derivare dal contatto diretto con persone traumatizzate, ma anche dall’esposizione mediatica e dalle notizie veicolate più o meno brutalmente.

Certo l’empatia può rendere la vita di chi è particolarmente predisposto ad assorbire le emozioni faticosa in alcuni momenti, ma è anche una grandissima risorsa.

Sintomi del trauma vicario: come riconoscere i segnali

Il trauma vicario non si manifesta sempre in modo eclatante. Spesso arriva piano, si mimetizza, e quando te ne accorgi è già lì da un po’.

A volte si presentano sintomi come ansia e senso di impotenza, o come tristezza, o rabbia o come distacco emotivo, o, ancora, come senso di colpa, anche se non hai fatto niente di male, questi sono i segnali detti emotivi. Ecco che le emozioni che abbiamo assorbito dagli altri entrano a fare parte della nostra vita e trascinano fatiche e pesantezza.

Altre volte ci sono pensieri intrusivi, visioni del mondo alterate, oppure è la fatica a concentrarsi, altre ancora è il cinismo e la perdita di speranza - proprio tu che hai sempre creduto nelle persone. Questi segnali cognitivi possono essere la sintomatologia di un malessere più grande che non riusciamo più a gestire da soli.

Non dimentichiamo che il nostro corpo ci parla attraverso i segnali fisici come l’insonnia, la stanchezza cronica, la tensione muscolare e il mal di testa, o problemi gastrointestinali. I sintomi psicosomatici spesso ci portano a fare visite mediche che non ci danno delle soluzioni e non risolvono mai il problema, ma questo perché il problema non deriva dal corpo ma dalla mente.

 Quando si è prosciugati emotivamente un’altra conseguenza sono i segnali comportamentali: ecco che si ricerca l’isolamento sociale, si entra nell’abuso di sostanze, alcol o cibo perché si è troppo carichi di tutto il resto.

Il trauma vicario può presentarsi con variabili nelle singole persone, non devi avere tutti i sintomi. Riconoscersi non significa essere malati, ma ascoltarsi.

Come proteggersi dal trauma vicario

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Proteggersi non significa smettere di prendersi cura. Non significa diventare freddi, distaccati, insensibili. Significa imparare a stare accanto al dolore degli altri senza perdersi. Significa costruire confini che non sono muri, ma porte che si possono aprire e chiudere. Se ti riconosci in ciò che hai letto finora, sappi questo: puoi continuare a fare quello che fai — ma in un modo che non ti consuma.

Il primo passo è riconoscere che il trauma vicario è reale. Poi si può pensare a mettere dei confini trovando il giusto compromesso che ci fa stare bene: il confine non è freddezza, significa semplicemente capire e accettare dove tu finisci e l’altro comincia, imparando anche a capire che non si costruiscono muri, ma porte che si aprono e chiudono per permettere o meno l’entrata delle emozioni, per tutelarsi. Puoi essere presente, senza assorbire tutto.

Per poterti prendere cura di un’altra persona è necessario che tu sia centrato, devi esserti prima preso cura di te stesso. L'autocura è qualcosa di fondamentale: riposo, movimento, relazioni e attività rigeneranti permettono la sostenibilità dell’empatia e della cura dell’altro, non è egoismo.

Per quanto riguarda i professionisti uno spazio per elaborare il carico è fondamentale, la supervisione può essere un’ottima opzione. Chiedere aiuto non significa essere deboli o non capaci, ma è uno strumento di lavoro che ci permette di affrontare la situazione più centrati e di conseguenza più utili anche all’altro.

Se ti rendi conto che i sintomi sono persistenti e interferiscono nella vita di tutti i giorni la psicoterapia può essere uno spazio funzionale per elaborare i vissuti propri e degli altri. Non è necessario arrivare al limite, proteggere sè stessi dal crollo è sano. Chiedere aiuto è semplicemente prendersi cura di sè, non fallire. L'empatia deve essere attiva anche verso te stesso e i tuoi bisogni, perché per potersi prendere cura degli altri prima devi prenderti cura di te stesso.

Riconoscere il peso che porti è il primo, fondamentale passo. Non affrontarlo da solo. Cerca per un primo colloquio uno psicologo di base vicino a te che può aiutarti a capire cosa stai vivendo e a ritrovare una direzione.

Domande frequenti sul trauma vicario

Qual è la differenza tra trauma vicario e burnout?

Il burnout nasce soprattutto da sovraccarico, stress cronico e mancanza di recupero. Il trauma vicario, invece, si sviluppa quando una persona assorbe nel tempo il dolore traumatico altrui. Possono coesistere, ma non sono la stessa cosa: il primo riguarda l’esaurimento, il secondo la trasformazione emotiva dovuta all’esposizione ripetuta alla sofferenza.

Chi è più a rischio di sviluppare trauma vicario?

Sono più a rischio le persone che ascoltano, assistono o accompagnano chi ha vissuto eventi traumatici. Tra queste ci sono psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, operatori sanitari, assistenti sociali, educatori, soccorritori, forze dell’ordine e giornalisti che si occupano di cronaca traumatica.

Il trauma vicario può colpire anche chi non lavora nella cura?

Sì, il trauma vicario può colpire anche chi non svolge una professione di aiuto. Può riguardare caregiver familiari, partner, amici o persone molto empatiche che diventano un punto di riferimento costante per chi soffre e finiscono per assorbirne il carico emotivo.

Quali sono i sintomi emotivi del trauma vicario?

I sintomi emotivi più comuni includono ansia persistente, tristezza, senso di impotenza, rabbia, colpa e distacco emotivo. In molti casi si avverte anche una difficoltà crescente a separare il proprio stato interno dalla sofferenza delle persone ascoltate o accudite.

Il trauma vicario può provocare anche sintomi fisici?

Sì, il trauma vicario può manifestarsi anche nel corpo. I segnali più frequenti sono insonnia, stanchezza cronica, tensione muscolare, mal di testa ricorrenti e disturbi gastrointestinali. Quando il carico emotivo si accumula, il corpo spesso diventa il primo luogo in cui il disagio si rende visibile.

Come proteggersi dal trauma vicario senza diventare insensibili?

Proteggersi dal trauma vicario non significa chiudersi emotivamente, ma costruire confini sani. Sono utili il riposo, l’autocura, le relazioni rigeneranti, la possibilità di decomprimere dopo l’ascolto della sofferenza e, per i professionisti, spazi di supervisione o confronto che aiutino a elaborare il carico.

Cosa sono i pensieri intrusivi nel trauma vicario?

I pensieri intrusivi sono immagini, ricordi o contenuti legati alle storie traumatiche ascoltate che tornano alla mente in modo involontario e ripetuto. Possono comparire anche nei momenti di pausa e segnalano che il confine tra la propria esperienza e quella dell’altro si sta assottigliando.

Quando è il momento di chiedere aiuto per trauma vicario?

È utile chiedere aiuto quando i sintomi diventano persistenti e iniziano a interferire con sonno, lavoro, relazioni o benessere quotidiano. Rivolgersi a uno psicologo non significa essere deboli, ma intervenire prima che il sovraccarico emotivo comprometta la propria salute e la capacità di stare accanto agli altri.

Ti senti emotivamente svuotato dopo aver ascoltato troppo dolore?

Un supporto psicologico qualificato può aiutarti a elaborare il carico emotivo: sul nostro sito trovi psicologi che offrono consulti sia online che in presenza.