- Che cos’è il senso di colpa del sopravvissuto
- Le radici psicologiche del senso di colpa del sopravvissuto
- Accogliere la colpa: il primo passo verso la guarigione
- Trasformare la colpa in significato
- Quando chiedere supporto psicologico
- Il linguaggio dell’amore
- Domande frequenti sul senso di colpa del sopravvissuto
- Scoprire che il dolore non chiede sacrificio ma ascolto aiuta a sciogliere il blocco interiore.
Qualcuno che amavi non c’è più, e dentro di te è scattata una domanda: «È giusto che io viva?». Questo spazio che prende forma è ciò che chiamiamo senso di colpa del sopravvissuto: quella sensazione profonda, silenziosa, che accompagna chi resta mentre qualcun altro è partito.
Ogni sorriso pesa come un debito, e il mondo sembra andare avanti senza di te.
Provare a essere felice sembra un tradimento, perché vivere è sembrato un torto a chi non c’è più.
Non è solo colpa. Non è una malattia. È una reazione umana, spesso intensa, che nasce dall’amore, dalla perdita, dal desiderio di dare un senso al vuoto. È la mente che cerca di rendere giustizia al fatto di essere ancora qui, che si chiede: «Perché io?», «E se avessi fatto diversamente?».
Come ci spiega nel suo articolo la dott.ssa Garbin il dolore non scompare, ma può trasformarsi in un nuovo modo di vivere.
La consulenza psicologica può dare spazio e voce a ciò che hai vissuto, anche attraverso la comprensione di ciò che ti sta accadendo e dei motivi per cui soffri.
Che cos’è il senso di colpa del sopravvissuto
Il “senso di colpa del sopravvissuto” è quella sensazione che “io sono ancora qui mentre qualcuno che amavo non c’è più”, e che questo fatto, anche se non dipende da te, ti carichi di un debito immaginario. Non si tratta di patologia: è una risposta emotiva naturale dopo una perdita significativa. Diverse ricerche lo definiscono come un’affezione emotiva di responsabilità, di autoaccusa, di auto-colpa, rispetto al fatto di essere rimasti quando altri non sono rimasti.
Si manifesta nella vita quotidiana quando è difficile provare piacere perché ci si sente colpevoli quando si vive un momento felice oppure quando non ci si concede di provare gioia perché è come se fosse un torto verso la persona che non c'è più. Altrettanto di frequente può capitare che si presentino dei pensieri ricorrenti su cosa si sarebbe potuto fare diversamente. In tutti questi casi si tratta di percezioni che non corrispondono a realtà ma che vengono vissute come se lo fossero, con tutto il carico emotivo che questi pensieri comportano. Nei casi più gravi può condurre a condotte autodistruttive o di auto privazione in risposta al bisogno di “fare ammenda” verso chi non c'è più.
Non è un’esperienza rara. È una reazione comprensibile. Questa colpa non ti rende sbagliato, ti rende umano.
Quando la colpa blocca la vita
La colpa, pur nata dall’amore, può diventare una prigione. Può farti auto-limitare: evitare di sorridere perché pensi che “non sia il momento”, evitare di goderti la vita per “rispetto” verso chi è morto. Così il tempo sembra fermarsi, la memoria diventa una zavorra, e tu rimani in bilico fra il non dimenticare e il non poter andare avanti.
Quando riconosci che questo è un blocco hai compiuto il primo passo fuori dalla prigione della colpa. Vivere dopo una perdita non significa dimenticare. Significa continuare, nonostante la perdita ti trasformi in una persona nuova, con nuove prospettive e un bagaglio di esperienze nuovo.
Le radici psicologiche del senso di colpa del sopravvissuto
Quando la perdita è improvvisa o ingiustificabile, la mente non trova spiegazioni. “Perché è successo?”, “Perché io sono ancora qui?” diventano domande ossessive. Nella ricerca psicologica si parla di “responsabilità illusoria” cioè sentire di potere aver influito su un evento su cui non si aveva controllo e di “ruminazione depressiva” ovvero cadere nella trappola di continuare a rimuginare sulla colpa e su come sarebbe potuto andare diversamente.
Queste sono alcune idee che entrano in gioco:
- Non avere controllo eppure sentirsi responsabili.
- Comparare il proprio destino con quello di chi non c’è più (“Era più meritevole”, “Avrebbe dovuto essere io”).
- La mente che cerca ordine laddove c’è caos: “Se avessi fatto diversamente…”.
In realtà, questo meccanismo è un modo che la mente trova per affrontare l’impotenza, non una prova che la colpa sia reale. La mente infatti, di fronte all'incapacità di trovare una spiegazione razionale ad un evento, cerca in ciò su cui può esercitare il controllo, la causa stessa di quella perdita: non trovando una ragione razionale, mi incolpo della perdita così da contrastare il flusso di pensieri ossessivi che sorgono.
Secondo la psicologia sociale il senso di colpa ha anche una funzione adattiva: il senso di colpa infatti porta la persona a sviluppare un interesse sincero per il benessere altrui e quindi a migliorare gli approcci relazionali nonché a confermare i valori morali positivi che la caratterizzano.
Secondo la Control-Mastery Theory di Weiss e Sampson della seconda metà del Novecento, il senso di colpa del sopravvissuto non si manifesta solo in caso di morte o allontanamento di una persona con cui si aveva un legame, ma anche quando, grazie alle proprie abilità, si riescono a raggiungere risultati migliori rispetto ad altre persone quali familiari o amici.
In questo caso subentra la credenza patogena che possedere qualità positive che permettono di raggiungere gli obiettivi sia moralmente ingiusto poiché nuoce alle persone che ci circondano. Questa forma di senso di colpa trae la sua forza anche dalla percezione distorta che il vantaggio sia stato ottenuto a spese di altre persone, arrivando a convincersi che le stiamo danneggiando.
Quando l’amore si confonde con la colpa
Amare significa voler bene, mantenere un legame, ricordare. Ma a volte l’amore si esprime attraverso la sofferenza: “Se soffro, mostro che gli importavo”, “Se evito la felicità, onoro la sua memoria”. In questo modo il dolore diventa il modo per rimanere fedeli. Ma chi non c’è più probabilmente vorrebbe vederti vivere, non vederti sospeso nella colpa.
Spesso si pensa che tornare a vivere l'amore sia un tradimento verso chi non c'è più e quindi si preferisce continuare a vivere nel dolore per restare fedeli alla persona. Questo comportamento rischia di far diventare il dolore più un macigno che una fase di passaggio necessaria e che può insegnarci tanto.
Questa nuova consapevolezza permette di comprendere che si può mantenere il legame affettivo senza rimanere intrappolato nella sofferenza.

Accogliere la colpa: il primo passo verso la guarigione
Il primo passo è gentile ma potente: dare un nome a ciò che senti. Dietro la colpa può esserci tristezza, rabbia, impotenza, solitudine. È importante esplorare queste emozioni, consentirle, farle uscire dal silenzio. È possibile cominciare a fare chiarezza parlando con una persona di cui ci si fida, che sappia tuttavia esserci senza invadere uno spazio o un silenzio che spesso è difficile da rompere; oppure un esercizio che si può svolgere in autonomia consiste nello scrivere una breve lettera, non per qualcuno, ma per te stesso, in cui dici: «Ho paura di essere felice. Ho paura che la vita continui senza di te». Dare un nome al dolore non lo fa sparire, ma lo rende più respirabile.
In una prospettiva psicocorporea, puoi usare una pratica di mindfulness: chiudi gli occhi, porta attenzione al respiro, nota il peso nel corpo, assapora la sensazione di “essere ancora qui”. L’attenzione al corpo ti dà il permesso di sentire come primo passo per affrontare le emozioni a cui non riesci a dare un nome e un senso.
Dal giudizio alla compassione
La colpa affonda le radici nel giudizio: “Avrei dovuto”, “Non merito”. Il passo successivo è il perdono verso di sé. Parlati come parleresti a un amico che ha perso qualcuno: con tenerezza, con accoglienza. Ripetersi “è comprensibile che mi senta così. Ho vissuto qualcosa di difficile.” oppure “Merito di vivere, anche se ho sofferto.” è un buon modo per rimettere ordine al caos emotivo e tornare a porsi al centro dell'attenzione per prendersi cura di sé.
Si tratta di imparare a stare con l’esperienza dolorosa senza bisogno che vada via subito: l'evitamento come strategia per non soffrire porta solamente a posticipare un momento tanto doloroso quanto fondamentale, vivere il dolore fino in fondo.
La compassione verso te stesso non cancella la perdita, ma fa spazio a una vita in cui la memoria e la vitalità possono coesistere.
Trasformare la colpa in significato
Il senso di colpa diventa un modo con cui cercare una spiegazione ad eventi che spesso non trovano un senso: di fronte all'incapacità di trovare una ragione per una perdita, la mente razionale cerca dei collegamenti, dei significati anche per non cadere nella terrorizzante situazione di impotenza verso qualcosa che non si è riusciti a controllare. Solo accettando che non vi è una spiegazione razionale ad ogni evento della vita, la colpa smette di essere solo peso: può diventare la materia con cui costruire un nuovo modo di vivere. Il dolore diventa memoria attiva, diventa valore, diventa luogo di crescita. Psicologicamente si parla anche di “crescita post-traumatica”: dal vuoto può nascere un fiore, un nuovo modo di essere.
In concreto: potresti dedicare una parte della tua vita a qualcosa che riflette ciò che era importante per la persona che hai perso. Non perché “devi” ma perché scegli. Soprattutto se si condividevano dei valori risulta più facile impegnarsi in qualche attività in cui entrambi credevate. Ogni volta che scegli di vivere, accendi una luce anche per chi non può più farlo.
Vivere anche per chi non c’è più
Il senso di colpa porta con sè un vantaggio secondario: restare paralizzati nel senso di colpa ci porta a credere di poter continuare ad avere un legame con la persona che non c'è più. Invece è importante comprendere che vivere non significa dimenticare, significa continuare. Perché il miglior modo per onorare chi non c’è più è continuare a vivere pienamente. Ogni volta che scegli di essere presente, di amare, di creare, di sorridere, fai un atto d’amore verso te stesso e verso chi hai perduto.
Puoi immaginare che quella persona non vorrebbe vederti sospeso nel dolore, ma desidererebbe vederti trasformare l’esistenza in qualcosa che ha ancora senso. E tu puoi farlo: non si tratta di tradire la memoria della persona scomparsa, ma diventare testimonianza della sua vita condivisa con te.
Quando chiedere supporto psicologico
Chiedere aiuto non significa essere «malati». Significa curare la propria umanità. Se la colpa diventa ossessione, pensieri ricorrenti, senso d’inutilità, isolamento, incapacità di provare piacere, sonno disturbato, desiderio che la propria vita finisca, allora è un segnale che un sostegno professionale è importante.
Alcuni segnali da considerare:
- «Se potessi tornare indietro farei tutto diversamente» è un pensiero costante.
- Ti senti bloccato per mesi, anni, senza poter scegliere.
- Eviti tutte le cose che un tempo ti davano piacere per “non meritarle”.
- Hai pensieri di non voler più vivere.
Grazie al supporto psicologico è possibile capire il significato del senso di colpa e quali vantaggi porta continuare a rimanere fermi nel dolore, ecco perché la terapia può aiutarti a riconnetterti con i tuoi valori, a scegliere passi concreti verso una vita che abbia senso. Chiedere aiuto è un gesto di amore verso te stesso.
Il linguaggio dell’amore
Il senso di colpa del sopravvissuto è un linguaggio dell’amore che cerca di dare senso a ciò che è accaduto, ma spesso si trasforma in una zavorra. Eppure, quella zavorra può diventare materia di trasformazione. Vivere non è dimenticare chi non c’è più: è continuare la sua storia attraverso la tua.
Tu meriti di vivere. Anche se hai sofferto. Anche se pensi che non meriti. Anche se la vita continua mentre qualcuno non c’è più. Non è un torto, ma un dono: un dono che puoi scegliere di accettare.
Domande frequenti sul senso di colpa del sopravvissuto
Cos’è il senso di colpa del sopravvissuto?
Il senso di colpa del sopravvissuto è la sensazione di essere “ancora qui” mentre qualcuno che amavi non c’è più, come se questo generasse un debito emotivo. Non è necessariamente una patologia: è una risposta umana alla perdita, fatta di autoaccusa e responsabilità percepita.
Perché provo colpa quando sono felice dopo una perdita?
Perché la mente può associare la gioia a un tradimento: “se sto bene, vuol dire che non mi importava abbastanza”. In questo modo la sofferenza diventa un modo per restare legati e “fedeli”. Ma vivere non significa dimenticare: significa continuare senza restare intrappolati nel dolore.
Il senso di colpa del sopravvissuto è sempre legato alla morte?
No. Il survivor guilt può emergere anche quando ottieni risultati “migliori” di altri (familiari, amici), come se il tuo vantaggio fosse moralmente ingiusto o ottenuto “a spese” degli altri. In questi casi la colpa diventa un freno alla realizzazione e alla libertà di vivere.
Cosa sono “responsabilità illusoria” e “ruminazione depressiva”?
La responsabilità illusoria è sentirsi responsabili di un evento su cui non avevi controllo; la ruminazione depressiva è restare incastrati nel rimuginio (“se avessi…”) e nel ricostruire scenari alternativi. Entrambe alimentano le domande ossessive e il bisogno di trovare ordine nel caos della perdita.
Come distinguere survivor guilt e vera responsabilità?
La colpa del sopravvissuto spesso nasce dal bisogno di contrastare l’impotenza: la mente cerca una causa e la trova in te, anche se non c’era controllo reale. Un buon criterio è separare fatti (cosa dipendeva davvero da te) da ipotesi (“e se…”), che sembrano vere ma non lo sono.
Cosa posso fare quando partono i pensieri “se avessi…”?
Un primo passo “gentile ma potente” è dare un nome a ciò che senti (tristezza, rabbia, impotenza) e portarlo fuori dal silenzio. Puoi parlarne con qualcuno di fiducia oppure scrivere una breve lettera a te stesso: rende il dolore più “respirabile” e riduce la ruminazione.
La mindfulness aiuta contro il survivor guilt? Da dove inizio?
Sì. Chiudi gli occhi, porta attenzione al respiro, nota il peso nel corpo e la sensazione di “essere ancora qui”. L’attenzione al corpo permette di sentire senza giudizio e crea spazio per dare un nome alle emozioni, invece di evitarle.
Come passare dal giudizio alla compassione verso me stesso?
La colpa spesso nasce dal giudizio (“avrei dovuto”, “non merito”). Il passaggio chiave è parlarti come parleresti a un amico: con tenerezza e accoglienza. Frasi come “è comprensibile che mi senta così” o “merito di vivere, anche se ho sofferto” aiutano a rimettere ordine nel caos emotivo.
Come trasformare la colpa in significato e crescita personale?
La colpa è spesso un tentativo di dare senso a ciò che non ha una spiegazione razionale. Accettare che non tutto è controllabile permette di trasformarla in memoria attiva: valore, scelte, crescita (anche crescita post-traumatica). In concreto: dedicare tempo ad attività che riflettono valori condivisi con chi hai perso, perché lo scegli.
Come onorare chi non c’è più senza restare bloccato nel dolore?
Restare paralizzati nel senso di colpa dà l’illusione di mantenere il legame, ma ti imprigiona. Onorare chi non c’è più non significa rinunciare alla vita: significa continuare. Ogni scelta di presenza, amore, creazione e sorriso può diventare un atto d’amore, non un tradimento.
Può il survivor guilt portare a comportamenti autodistruttivi?
Sì: può portare ad auto-privazione (evitare piaceri “per non meritarli”), isolamento e condotte autodistruttive come forma di “ammenda”. Quando la colpa diventa una prigione e la vita si restringe, è un segnale importante da non minimizzare.
Quando è il momento di consultare uno psicologo?
Quando la colpa diventa ossessione e si accompagna a pensieri ricorrenti, senso d’inutilità, isolamento, incapacità di provare piacere, sonno disturbato o desiderio che la vita finisca. Chiedere aiuto non significa essere “malati”, ma curare la propria umanità e riconnettersi con i propri valori e scelte.
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- Pierucci Ginevra, “Il senso di colpa interpersonale: implicazioni psicopatologiche nell’ottica della Control-Mastery Theory Interpersonal guilt: psychopathological implications according to Control-Mastery Theory”, 2024
- Zuliani A., Manuale di psicologia dell'emergenza. Vittime e soccorritori: come comportarsi egli eventi critici, Maggioli Editore 2006









































