Lo svolgere il minimo indispensabile previsto dal contratto di lavoro è diventato virale su TikTok tanto da far discutere manager, sociologi e psicologi.

Si chiama quiet quitting, che non vuol dire dimettersi o smettere di lavorare bensì è fare il proprio lavoro, quello per cui si è pagati, senza straordinari non retribuiti, senza e-mail fuori orario, né sacrifici per dimostrare dedizione.

Apriamo insieme alla dott.ssa Robino uno spazio di riflessione su cosa significhi davvero lavorare e vivere bene. Ma è davvero così semplice? È pigrizia travestita da confine? O è finalmente prendersi cura della propria salute mentale? La risposta non è così netta ed è questo che rende il fenomeno così interessante da esplorare.

Cos'è il quiet quitting (e cosa non è)

Cominciamo da quello che il quiet quitting non è. Non è dimettersi in silenzio. Non è sabotare il proprio lavoro. Non è fare il minimo indispensabile per non essere licenziati. È qualcosa di molto più semplice: è fare esclusivamente il proprio lavoro. Il fatto che questo abbia bisogno di un nome la dice lunga sulla cultura in cui lavoriamo.

Il termine nasce su TikTok nel 2022, quando un utente descrive con questo termine la sua scelta di non aderire più alla mentalità del "sempre di più". In italiano è stato tradotto come "abbandono silenzioso", anche se la traduzione può essere fuorviante. Infatti, non c’è un abbandono, semmai c’è un ritorno. Un ritorno a fare esattamente ciò per cui si è stati assunti, senza aggiunte non richieste, senza straordinari non retribuiti, senza una disponibilità eccessiva.

Questo fenomeno ha colpito perché tocca qualcosa di profondo, come se rispettare i propri confini professionali sia diventato un atto di resistenza. La provocazione è proprio questa: perché "fare il proprio lavoro" ha bisogno di un nome? Quando è successo che rispettare l'orario contrattuale è diventato un gesto sovversivo? Quando il "giusto" è diventato "poco"?

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Perché esiste il quiet quitting: la reazione alla hustle culture

Se "fare il proprio lavoro" è diventato un fenomeno con un nome, il problema è la cultura che ha reso straordinario ciò che dovrebbe essere normale. Si chiama hustle culture, la glorificazione del lavoro, l'idea che il valore di una persona si misuri in ore lavorate, in e-mail inviate di domenica, in ferie non prese. Il quiet quitting nasce come risposta a questa cultura totalizzante.

Per anni abbiamo respirato l'idea che dare al lavoro più del dovuto fosse la norma, creando quello che gli psicologi del lavoro chiamano "contratto psicologico": l'idea implicita - errata - che se dai tutto, sarai ricompensato attraverso una promozione o un riconoscimento. Ma per molti quel contratto illusorio si rivela spesso una promessa non mantenuta, che può portare anche al burnout, conseguenza prevedibile di questo sistema squilibrato.

La pandemia ha accelerato tutto questo. Ha costretto molte persone a ripensare le priorità, a chiedersi se valesse davvero la pena sacrificare salute, relazioni, tempo personale per un lavoro che spesso non ricambiava quel livello di investimento.

Alcune persone hanno scelto la great resignation (il fenomeno delle dimissioni di massa), mentre altri hanno optato per il quiet quitting: restare, ridefinendo i confini.

Non è un fenomeno generazionale, non è una questione legata al pregiudizio secondo cui "i giovani non hanno voglia lavorare". Il quiet quitting interessa persone di tutte le età che hanno iniziato a farsi delle domande sulla propria salute, sul proprio tempo e sulle proprie priorità. Il quiet quitting è, quindi, una reazione a una situazione non più sostenibile.

Quiet quitting: pigrizia, protezione o sintomo?

La domanda che ci si può porre è se il quiet quitting sia giusto o sbagliato e la risposta è: dipende. Dipende da chi lo mette in atto e dal perché lo faccia. Può essere una forma di protezione legittima, oppure, un sintomo di malessere. O entrambe le cose.

Quando è protezione: confini sani dopo il burnout

Per molte persone, il quiet quitting arriva dopo il burnout, o dopo esserci arrivati molto vicini. Rendersi conto che dare sempre di più non porta da nessuna parte è, dapprima, spiazzante. Poi, lentamente, si comincia a comprendere che occorre cambiare qualcosa nella propria modalità di vivere il lavoro. Per una questione di sopravvivenza, occorre tracciare un confine da non oltrepassare, pena il rischio di ricadere nel burnout.

Se vuoi approfondire questo tema, ti consiglio di leggere questo articolo sul burnout sul nostro blog.

Quando arriva dopo anni di sovraccarico, il quiet quitting può essere una forma di protezione sana. È riconoscere che il proprio valore non si misura solo in risultati, ma anche nella capacità di reggere nel tempo, recuperando energia per le relazioni, per gli interessi, in definitiva, per sé stessi.

Il paradosso è che le persone, che per anni hanno dato troppo, spesso si sentono in colpa a dare "il giusto". Come se rispettare i propri limiti fosse tradire qualcosa. Ma forse quel qualcosa che si tradisce è solo un'aspettativa irrealistica, propria o altrui.

Quando è sano, il quiet quitting non è una fuga, bensì una scelta.

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Quando è sintomo: disimpegno, demotivazione o disagio

Ma non sempre il quiet quitting è una scelta consapevole, a volte è più simile a una resa, che porta con sé demotivazione, frustrazione e la sensazione che niente di quello che fai abbia davvero senso.

In questi casi, il quiet quitting è molto più un campanello d'allarme, è qualcosa che chiede di essere ascoltato invece che messo da parte.

Può nascondere un disimpegno profondo, dato dalla totale mancanza di interesse per quello che si fa, oppure, la sensazione di trovarti in trappola: non stai abbastanza male da andartene, ma neanche abbastanza bene da investire ancora energia nel lavoro.

La differenza tra scelta e resa è sottile, ma esiste: quando è scelta c'è equilibrio, quando è sintomo c'è un vuoto. Non è sempre facile da capire e, spesso, non ci si riesce da soli. Riconoscere che potrebbe essere un segnale di disagio è il primo passo per capire davvero cosa sta succedendo, senza giudicarsi.

 

Come capire se il tuo quiet quitting è sano o problematico

Stai proteggendo i tuoi confini o stai evitando qualcosa?  La tua è una scelta consapevole o una resa silenziosa? Non esiste una risposta giusta, che vada bene per tutti, ma ci sono alcune domande che possono aiutarti a capire cosa sta succedendo davvero, non per giudicarti ma per conoscerti un po' meglio.

Alcune domande che puoi farti: Come mi sento da quando ho messo questo confine? Questo lavoro, come lo vivo oggi, ha ancora un senso per me? Se potessi cambiare qualcosa, cosa sarebbe?

Alcuni segnali che il quiet quitting potrebbe essere sano:

  • Hai energie anche per quello che c'è fuori dal lavoro
  • Lo senti come una scelta tua, non come un obbligo o una fuga
  • Ti senti più presente, non più svuotato
  • Quello che fai ti interessa ancora (semplicemente gli hai dato dei confini)

Segnali che meritano la tua attenzione:

  • Provi apatia e non solo verso il lavoro
  • Non è che hai scelto, è che senti di non farcela più
  • Ti senti distaccato da tutto
  • Provi frustrazione, rabbia, la sensazione di essere in trappola

A volte la risposta può essere chiara, altre volte no, e va bene così. A volte serve confrontarsi con qualcuno che possa aiutarti a vedere le cose con più chiarezza, e se senti che potrebbe esserti utile puoi chiedere un colloquio gratuito con un professionista di Psicologo di Base.

Oltre il quiet quitting: ripensare il rapporto con il lavoro

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Forse il quiet quitting porta con sé una domanda che vale la pena porsi: quanto del nostro valore dipende dal lavoro, quanto della nostra identità è legata a quello che produciamo, cosa significa davvero lavorare e vivere bene.

C'è una trappola nell'identificarsi troppo con il lavoro: quando lavoro e identità coincidono, ogni difficoltà professionale diventa una crisi personale, i limiti sembrano fallimenti, i confini diventano colpe. È un meccanismo che consuma, che non lascia spazio per il resto, che rende fragile il senso di chi sei.

Non è necessariamente una questione di lavorare meno, piuttosto di farlo in modo sostenibile, facendosi le domande giuste: questo ritmo mi permette di reggere nel tempo? Questo carico mi lascia spazio per altro? Questo investimento ha senso per me? Forse è questo il momento di ritrovare un equilibrio tra lavoro e vita che abbia senso per te, che protegga il tuo benessere nel lungo periodo.

Vero è che l'etichetta "quiet quitting" può essere limitante, rischia di appiattire esperienze diverse e far perdere sfumature importanti. Il "giusto" è, infatti, diverso per ognuno, non esistono formule o risposte universali.

Questo testo non intende dirti cosa fare, piuttosto vuole invitarti a riflettere su quanto il tuo lavoro abbia preso spazi che dovrebbero essere dedicati ad altro perché, magari, non riesci a dire di no. Per approfondire il tema dei confini nell’ambito del lavoro,  ti suggerisco questo articolo sul nostro blog.

Non sei solo in questa riflessione. Tante persone in questo momento si stanno facendo le stesse domande sul lavoro, sul senso, sull'equilibrio. Va bene prendersi il tempo per trovare le proprie risposte, senza aspettarsi di avere tutto chiaro subito. A volte il primo passo è riconoscere che qualcosa non va o che qualcosa sta cambiando. Ascoltarsi è il punto di partenza.

Per approfondire il tema del quiet quitting e del rapporto con il lavoro:

  • Chicchi, F., & Simone, A. (2017). La società della prestazione. Ediesse.
  • Han, B. C. (2012). La società della stanchezza. Nottetempo.
  • Maslach, C., & Leiter, M. P. (2000). Burnout e organizzazione. Modificare i fattori strutturali della demotivazione al lavoro. Erickson.

FAQ sul quiet quitting

Che cos’è il quiet quitting?

Il quiet quitting è la scelta di svolgere il proprio lavoro rispettando orario, ruolo e mansioni previste, senza straordinari non retribuiti o disponibilità continua. Non significa dimettersi né lavorare male, ma mettere confini più chiari tra vita professionale e vita personale.

Il quiet quitting significa essere pigri?

No, non coincide con la pigrizia. Spesso è una risposta a richieste lavorative eccessive o poco sostenibili. In molti casi rappresenta un tentativo di proteggere il proprio equilibrio psicologico e di ridurre il sovraccarico.

Qual è la differenza tra quiet quitting e burnout?

Il burnout è una condizione di esaurimento emotivo e fisico legata a stress lavorativo prolungato. Il quiet quitting, invece, è un comportamento o una scelta di riduzione dell’ipercoinvolgimento. Può comparire come reazione al burnout oppure come strategia per prevenirlo, ma non è una diagnosi clinica.

Come capire se il quiet quitting è sano o problematico?

Può essere utile chiedersi se questa scelta porta più equilibrio oppure più vuoto. Se aiuta a stare meglio e a recuperare confini, può avere una funzione protettiva. Se invece si accompagna ad apatia, distacco totale, perdita di senso e malessere diffuso, può segnalare una sofferenza più profonda.

Il quiet quitting può danneggiare la carriera?

Dipende dal contesto lavorativo. In ambienti che rispettano i confini può essere sostenibile e non compromettere la crescita professionale. In contesti molto competitivi o tossici, invece, può essere frainteso. Per questo è importante comunicare in modo chiaro, coerente e professionale.

Il quiet quitting riguarda solo i giovani?

No, non è un fenomeno limitato ai giovani. Può coinvolgere persone di età diverse, soprattutto quando il lavoro diventa fonte di pressione costante, disillusione o squilibrio tra richieste e risorse disponibili.

Cosa significa contratto psicologico nel lavoro?

Il contratto psicologico è l’insieme delle aspettative implicite tra lavoratore e organizzazione. Include idee come il riconoscimento dell’impegno, la reciprocità e la fiducia. Quando queste aspettative vengono deluse, possono emergere frustrazione, distacco e perdita di motivazione.

Il quiet quitting può essere collegato alla depressione?

In alcuni casi sì, soprattutto se il distacco dal lavoro si accompagna a tristezza persistente, apatia generalizzata, perdita di interesse e senso di vuoto anche in altri ambiti della vita. Quando il malessere non riguarda solo il lavoro, può essere utile confrontarsi con un professionista.

Cosa fare se il lavoro ha perso senso ma non si può cambiare subito?

Può essere utile iniziare da confini più chiari, ridurre il sovraccarico e recuperare spazi vitali fuori dal lavoro. Anche coltivare interessi, relazioni e obiettivi personali può aiutare a non far dipendere tutto dall’ambiente professionale. Se il disagio continua, un supporto psicologico può offrire orientamento.

La psicoterapia può aiutare in caso di quiet quitting?

Sì, la psicoterapia può essere utile quando il rapporto con il lavoro genera confusione, stress, disillusione o sofferenza. Può aiutare a capire se il quiet quitting è una scelta protettiva, un segnale di esaurimento o l’espressione di un disagio più ampio, favorendo un equilibrio più sostenibile.

Il lavoro ti sta svuotando o ha perso significato?

Con il supporto psicologico giusto è possibile comprendere il disagio legato al lavoro e trovare nuove modalità per stare meglio.