C’è un momento preciso in cui molti ragazzi scompaiono dai radar della cura psicologica. Non è un momento di guarigione, né di scelta consapevole: è il diciottesimo compleanno. Con la maggiore età, i percorsi avviati nei servizi per l’infanzia e l’adolescenza si interrompono, i riferimenti cambiano, e ciò che è stato costruito con fatica — una relazione terapeutica, un linguaggio condiviso, un filo di fiducia — si spezza. La transizione dall’età evolutiva all’adulto è uno dei passaggi più critici e meno sorvegliati del panorama della salute mentale italiana. E spesso, purtroppo, è anche il più silenzioso.

Questo articolo non è una guida istituzionale sui servizi sanitari. È un’esplorazione di cosa significa, concretamente e psicologicamente, attraversare questa soglia — per i ragazzi, per i genitori e per chi li accompagna. Voglio raccontare cosa succede quando il sistema smette di tenere il passo con lo sviluppo di una persona, e perché il ruolo di uno psicologo di riferimento può fare la differenza proprio in questo momento.

Come ci spiega la dott.ssa Pace queste dinamiche non riguardano solo chi ha avuto un percorso terapeutico formale. Riguardano tutti i giovani che, tra i 18 e i 25 anni, si trovano in una terra di mezzo: non più adolescenti, non ancora adulti, spesso senza una bussola clinica né relazionale che li aiuti a orientarsi.

Se sei un genitore, un giovane in transizione, o un professionista che si interroga su come sostenere questa fase, sappi che il sostegno psicologico può essere uno strumento prezioso per non perdere il filo — o per ritrovarlo.

Cosa succede a 18 anni: la fine del percorso nei servizi per minori

Nel sistema sanitario pubblico italiano, i servizi di neuropsichiatria infantile e adolescenziale (NPIA) seguono i pazienti fino al compimento dei 18 anni. 

Superata questa soglia, il ragazzo viene formalmente “trasferito” ai servizi per maggiorenni — Centro di Salute Mentale (CSM), medico di base, specialisti privati. Sulla carta è una transizione. Nella realtà, per molti è una caduta nel vuoto.

Il trasferimento non avviene sempre in modo graduale e soprattutto, non avviene in modo armonico. In molti casi non esiste un passaggio di consegne strutturato tra l’équipe che ha seguito il minore e i professionisti che lo accoglieranno da adulto. Il ragazzo si ritrova a ricominciare da capo: nuovi appuntamenti da fissare, nuovi moduli da compilare, nuovi clinici a cui raccontare — di nuovo, dall’inizio — una storia che aveva già trovato le parole per raccontarsi.

Nella mia pratica, ho incontrato giovani che dopo anni di lavoro terapeutico si sono semplicemente fermati. Non perché stessero bene, ma perché il costo emotivo di ricominciare sembrava troppo alto. Questo è il punto critico: la discontinuità delle cure non è un problema amministrativo. È una ferita relazionale.

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Perché i ragazzi abbandonano la terapia nella transizione: il rischio di drop-out

Il fenomeno del drop-out terapeutico — l’abbandono prematuro del percorso di cura — è documentato in letteratura con una frequenza preoccupante proprio nella fascia 18-25 anni. Non si tratta di scarsa motivazione o mancanza di consapevolezza. Le cause sono più profonde e più strutturali.

Il primo fattore è la rottura della relazione terapeutica. Un ragazzo che ha costruito fiducia con un clinico nel corso di anni si trova improvvisamente a dover trasferire quella fiducia a uno sconosciuto. Per molti giovani, soprattutto quelli con storie di attaccamento difficile, questo non è un passaggio neutro: è una perdita.

Il secondo fattore è il cambio di contesto di vita. I 18 anni coincidono spesso con l’inizio dell’università, il primo lavoro, il lasciare la città d’origine. Il carico di cambiamenti simultanei rende la terapia qualcosa da rimandare, da posticipare, da dimenticare.

Il terzo fattore — e forse il più sottovalutato — è la pressione sociale verso l’“autonomia”. Essere adulti, nel senso comune del termine, significa spesso smettere di aver bisogno. 

Chiedere aiuto psicologico a 20 anni è ancora percepito, in molti contesti, come una debolezza piuttosto che come una scelta matura e riconoscere i campanelli d’allarme può aiutare a superare i momenti di difficoltà.

Se stai attraversando la transizione verso l’età adulta e senti che un supporto psicologico potrebbe aiutarti — o se sei il genitore di un ragazzo in questa fase — il nostro team è a disposizione. Scopri la psicoterapia per adolescenti e giovani adulti — il primo colloquio è gratuito.

Emerging adulthood: la psicologia della terra di mezzo

Lo psicologo americano Jeffrey Arnett ha individuato un periodo di sviluppo, compreso tra i 18 e i 29 anni, caratterizzato dalla percezione di non essere né adolescenti né adulti, denominandolo emerging adulthood — età adulta emergente — una fase di transizione fondamentale in cui il giovane è impegnato nella costruzione di progetti personali e professionali.

Arnett ha identificato cinque caratteristiche distintive di questa fase: l’esplorazione dell’identità, in cui gli individui si interrogano su chi sono nelle relazioni e nelle scelte di vita; l’instabilità, con frequenti cambiamenti di residenza, lavoro e relazioni; l’auto-centramento, ovvero la priorità data all’autonomia personale; il feeling in-between, la sensazione di non appartenere né al mondo degli adolescenti né a quello degli adulti; e infine l’ottimismo, l’apertura alle possibilità nonostante l’incertezza.

Quello che mi preme sottolineare, come psicologa che lavora con questa fascia d’età, è che questi cinque tratti non sono semplicemente caratteristiche evolutive “normali”: sono anche fattori di vulnerabilità. Un giovane in piena esplorazione identitaria, instabile, centrato su se stesso e con la sensazione di essere sospeso — è un giovane che ha bisogno di un accompagnamento professionale fermo e continuativo, non di un sistema che si ritira proprio in questo momento.

La ricerca indica che più della metà degli emerging adults sperimenta sintomi d’ansia, e un terzo riferisce sintomi depressivi; la depressione durante questa fase è associata a deficit nel funzionamento psicosociale, difficoltà educative e lavorative, rischio suicidario aumentato e minore soddisfazione di vita.

Il vuoto tra i servizi: discontinuità delle cure e conseguenze psicologiche

La discontinuità delle cure non è un problema nuovo, ma è ancora largamente irrisolto. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la metà di tutti i disturbi mentali ha esordio entro i 14 anni, e tre quarti entro i 24 anni: è proprio nella finestra della transizione che si consolida o si aggrava buona parte della psicopatologia dell’età adulta. La continuità delle cure in questa fase non è un lusso: è prevenzione.

Nella mia pratica clinica osservo frequentemente le conseguenze di questa interruzione: ragazzi che arrivano a 22 o 25 anni con una storia terapeutica pregressa mai integrata, con diagnosi mai elaborate, con un’immagine di sé costruita su quello che “non funzionava” senza aver mai avuto gli strumenti per trasformarla. Il lavoro terapeutico non è andato perduto — ma è rimasto incompiuto, come un discorso interrotto a metà frase.

Le conseguenze più frequenti che osservo sono: difficoltà nell’autoregolazione emotiva, pattern relazionali rigidi, bassa tolleranza alla frustrazione, tendenza all’evitamento, cutting in alcuni casi, un rapporto complicato con i sistemi di cura stessi — diffidenza verso il clinico, resistenza a ricominciare un percorso.

Cosa intendiamo per continuità delle cure: oltre il passaggio di cartella

La continuità delle cure è molto più di un trasferimento di documentazione clinica tra un servizio e l’altro. Dal punto di vista psicologico, implica la preservazione della relazione terapeutica — o almeno del senso di quella relazione — durante il passaggio da un contesto di cura all’altro.

Dal punto di vista clinico, le dimensioni fondamentali della continuità sono:

  • Continuità relazionale: mantenere un riferimento professionale stabile, anche nel cambio di setting o di figura clinica
  • Continuità informativa: la storia terapeutica del ragazzo viene trasmessa e condivisa, non azzerata
  • Continuità di approccio: le metodologie e i framework teorici vengono mantenuti o integrati, non abbandonati
  • Continuità del progetto terapeutico: gli obiettivi costruiti nel tempo vengono preservati e rinegoziati, non cancellati
  • Continuità del senso: il giovane comprende perché sta cambiando riferimenti e non si sente “scaricato”

Nella realtà italiana, la continuità relazionale è quella più difficile da garantire nel pubblico. È qui che il ruolo dello psicologo privato — e in particolare di un servizio come Psicologo di Base, con un primo colloquio gratuito e tariffe accessibili — diventa strategicamente rilevante: può offrire quella figura di riferimento stabile che il sistema pubblico fatica a garantire nel momento della transizione.

Su psicologodibase.com puoi trovare uno psicologo disponibile sia in presenza che online, con un primo colloquio gratuito — un incontro senza impegno per capire insieme da dove iniziare e di quale supporto hai realmente bisogno.

Riconoscere i segnali di una transizione difficile: domande di autoriflessione

Riconoscere i segnali di una transizione difficile — in sé stessi o in un figlio — è il primo passo. Queste domande non sono un test diagnostico, ma un invito alla riflessione:

  • Noto che evito di parlare del mio percorso terapeutico passato, come se fosse qualcosa di cui vergognarmi?
  • Fatico a chiedere aiuto anche quando sento che ne avrei bisogno, per paura di sembrare “dipendente”?
  • Ho la sensazione che nessun professionista possa davvero capirmi come faceva il mio riferimento precedente?
  • Rimando continuamente la ricerca di un nuovo supporto psicologico, dicendomi che “prima o poi” lo farò?
  • Mi sento in bilico, né del tutto adolescente né del tutto adulto, senza una direzione chiara?

Se ti sei riconosciuto/a in alcune di queste domande, non significa che qualcosa in te non funziona. Significa che stai attraversando una fase che ha una sua complessità reale, e che merita attenzione — non giudizio.

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Come può aiutarti lo psicologo nella transizione

Trovarsi a dover ricominciare un percorso psicologico, o iniziarne uno per la prima volta in un momento di grande cambiamento, può sembrare scoraggiante. È normale sentire resistenza, diffidenza, stanchezza. Quello che uno psicologo può offrire in questa fase non è “ricominciare da zero”: è costruire un ponte.

Un percorso di supporto psicologico durante la transizione può aiutarti a:

  • Integrare il lavoro terapeutico già svolto, trasformandolo in risorse accessibili
  • Elaborare la perdita dei riferimenti clinici precedenti, senza negarla né amplificarla
  • Costruire un’identità adulta più solida, che includa la storia passata senza esserne prigioniera
  • Sviluppare strumenti di autoregolazione emotiva adeguati alla complessità della vita adulta emergente
  • Affrontare con maggiore consapevolezza le transizioni concrete: università, lavoro, relazioni, autonomia
  • Ripristinare un rapporto di fiducia con la cura psicologica, se questo si è incrinato

In un approccio analitico, questo lavoro ha una dimensione profonda: si tratta di dare forma simbolica alle esperienze non elaborate, di riconoscere i pattern che si ripetono, di costruire un racconto di sé coerente che attraversi — e non eviti — il cambiamento.

Transizione età evolutiva adulto: un percorso che merita di essere accompagnato

La transizione dall’età evolutiva all’adulto non è un evento puntuale: è un processo lungo, non lineare, fatto di avanzamenti e regressi. Ciò che rende questa fase così delicata è la sua ambiguità strutturale — il giovane è chiamato ad assumere responsabilità adulte mentre ancora completa il suo sviluppo identitario, emotivo e, letteralmente, neurologico.

Quello che la psicologia può offrire — e che il sistema di cura fatica ancora a garantire in modo continuativo — è una presenza stabile in questo movimento. Non una guida che dice dove andare, ma una voce che aiuta a riconoscere dove si è.

La guarigione, quando c’è stata una ferita, non segue un calendario. E il diciottesimo compleanno non è una riga di confine oltre la quale si smette di aver bisogno. È semmai il momento in cui quel bisogno cambia forma — e merita di essere accolto con la stessa attenzione di prima.

Se leggendo questo articolo hai riconosciuto qualcosa della tua storia, o di quella di tuo figlio, sappi che non devi affrontarlo da sola/o. Prenota il tuo primo colloquio gratuito: un incontro conoscitivo, senza impegno, per capire insieme da dove iniziare.

FAQ sulla transizione dall’età evolutiva all’età adulta

Cos’è la transizione dall’età evolutiva all’adulto in ambito psicologico?

La transizione dall’età evolutiva all’adulto è il passaggio dai servizi psicologici e sanitari per minori a quelli per adulti, di solito intorno ai 18 anni. Non è solo un cambio burocratico: può interrompere la continuità terapeutica e aumentare il rischio di abbandono delle cure.

A 18 anni si è davvero pronti a gestire da soli i propri problemi psicologici?

No, non sempre. I 18 anni segnano la maggiore età legale, ma la maturità emotiva e neuropsicologica continua a svilupparsi fino a circa 25 anni. Per questo molti giovani adulti hanno ancora bisogno di supporto psicologico durante questa fase.

Perché molti ragazzi interrompono la terapia durante la transizione ai servizi per adulti?

Molti ragazzi interrompono la terapia perché cambia il professionista di riferimento, aumenta il carico di cambiamenti legati a studio, lavoro o autonomia e cresce la pressione sociale a cavarsela da soli. Questo rende più facile il drop-out terapeutico proprio tra i 18 e i 25 anni.

Cos’è l’emerging adulthood e perché è importante per la salute mentale?

L’emerging adulthood è la fase tra i 18 e i 29 anni in cui la persona non si sente più adolescente ma non ancora pienamente adulta. È un periodo segnato da instabilità, ricerca di identità e cambiamenti frequenti, che può aumentare la vulnerabilità ad ansia, depressione e disagio psicologico.

Come capire se un figlio sta vivendo male la transizione verso l’età adulta?

Alcuni segnali da osservare sono ritiro sociale, apatia, irritabilità, difficoltà a progettare il futuro, calo nel rendimento scolastico o lavorativo e abbandono di un percorso terapeutico già iniziato. Se questi segnali persistono, può essere utile un confronto con uno psicologo.

Quali conseguenze può avere la discontinuità delle cure dopo i 18 anni?

La discontinuità delle cure può favorire difficoltà di regolazione emotiva, sfiducia verso i professionisti, relazioni rigide o evitanti e maggiore fragilità psicologica nel tempo. Una presa in carico continuativa aiuta invece a ridurre il rischio di peggioramento del disagio.

Quando una transizione è fisiologica e quando serve supporto psicologico?

Una transizione fisiologica comporta dubbi e fatica, ma permette comunque di affrontare la vita quotidiana. Serve supporto psicologico quando il disagio dura nel tempo, blocca il funzionamento, porta evitamento o genera una sofferenza che non si riduce spontaneamente.

Si può riprendere la terapia dopo anni di interruzione?

Sì, riprendere la terapia dopo un’interruzione è possibile e spesso utile. Il lavoro fatto in passato non è perso: può essere rielaborato e integrato in un nuovo percorso, senza dover necessariamente ricominciare da zero.

Che differenza c’è tra sostegno psicologico e psicoterapia per un giovane adulto?

Il sostegno psicologico aiuta a gestire una difficoltà attuale con strumenti pratici e orientamento. La psicoterapia approfondisce invece i vissuti, i conflitti e i modelli relazionali più profondi. Per un giovane adulto in transizione, i due percorsi possono anche integrarsi.

Quando è il momento giusto per cercare uno psicologo durante la transizione all’età adulta?

Il momento giusto è quando il disagio inizia a pesare e diventa difficile gestirlo da soli. Non serve aspettare una crisi conclamata: chiedere aiuto presto può facilitare la continuità delle cure e sostenere meglio il passaggio verso l’età adulta.

Come affrontare il cambiamento quando finiscono i percorsi per minori?

Sul nostro sito puoi trovare psicologi esperti nella transizione all’età adulta, disponibili sia online che in studio.